Report Borgotaro Summer Fest – 8/8/2004

Borgotaro, 8 Agosto 2004
In un’afosa giornata di agosto, la compagine romana di Truemetal (nelle persone del Vicedirettore Mauro Gelsomini, Darkavenger79, Thundra e di Alessandro “g0d” Di Clemente) si mette in viaggio alla volta di Borgotaro, ridente (oddio, a giudicare dalle facce, avrei qualche dubbio, n.d. Mauro) paesino in provincia di Parma, poichè investita dell’ingrato compito di far da giuria, insieme ai simpaticissimi Dark Lunacy, in una manifestazione musicale di metal underground.
Alla guida il nostro amato Vicedirettore, autista doc e valido sostenitore di cazzate (e te pareva che non andava a finì che ero io il cazzaro, n.d. Mauro) che ci hanno accompagnato per entrambi i giorni di convivenza.
1000 chilometri (500 annà e 500 a tornà, come si dice a Roma) per assistere alla performance di quattro bands emergibili (non le considererei ancora emergenti). (O immergibili? Diciamo sommergibili e passa la paura).
Dopo un viaggio estenuante, finalmente giungiamo all’uscita dell’autostrada che ci porterà al piazzale allestito per l’occasione: colui che si proclamerà presidente della manifestazione ci assicura che troveremo fior di cartelli ad indicarci la gloriosa strada per il paradiso – ovvero il Borgotaro summer festival. Supponendo che i suddetti, se effettivamente affissi, fossero stati rivolti dalla parte sbagliata, un po’ a naso un po’ con l’aiuto della stella polare, giungiamo a destinazine senza grossi intoppi. Capiamo di essere a Borgotaro allorquando oltrepassiamo il ponte sul fiume Taro ed imbocchiamo via Taro…questi Borg(a)tari hanno una certa fantasia.
Non ci scoraggiamo di certo quando vediamo il paese praticamente deserto, perché appena giunti sul luogo del misfatto, ammirando il palco in allestimento, veniamo accolti dal succitato presidente, indaffaratissimo nel coordinare i lavori. Tra un “ma dove siamo capitati” e un “ma dove sono le Borg(a)tare” (eheh, quelle l’abbiamo lasciate a Roma, mi sa, ve l’avevo detto di caricarne qualcuna lungo la strada, n.d. Mauro), ci informiamo sul programma della serata: i gruppi in concorso sono quattro, scremati da un numero imprecisato di band iscritte al festival, e veniamo presentati ai musicisti. Annotiamo, da parte di alcuni, evidenti azioni di lecchinaggio (acquisto del cd dei Kingcrow, birre offerte, ecc…). Ma noi siamo una giuria integerrima e di certo non ci vendiamo per così poco.
Dopo un distruttivo sound-check, ad opera di un tecnico che chiedeva disperatamente aiuto a chiunque potesse prestargliene (Thundra ha salvato il salvabile, dannatamente troppo poco), parte la kermesse…e partono le birre.
Un encomio va all’organizzazione, per averci permesso di usufruire del bar a nostro piacimento senza spendere un soldo e soprattutto un ringraziamento alla Lucia: una ragazza disponibilissima che ci ha assicurato che “ogni nostra richesta per lei è un ordine”. Qualcuno si è sfregato spudoratamente le mani.
I primi a salire sul palco sono i Kabal, formazione di metal elettronico (a loro detta), nel senso, probabilmente, che non avendo le figure di batterista e bassista si avvalgono di basi pre-registrate al PC.
Imbarazzante esibizione per questi non più giovincelli: una delle due asce sempre fuori tempo, voci (maschile e femminile) non sempre intonate, canzoni poco energiche.
Non sono bastati i pantaloni in pvc per esaltarci, nè tantomeno la presunta avvenenza della vocalist. Dobbiamo dire a loro vantaggio, però, che quanto ad esibizionismo visivo di un certo gusto trash, sono stati i più “trattenuti” della serata.
Cambio palco, ed ecco che salgono i Fallen Fate, il loro è un death metal influenzato dai Death e dai Children Of Bodom: molto bravi i chitarristi, veloci e abbastanza puliti, conciso e preciso il bassista; forse un po’ meno il batterista che tenta di strafare pur non possedendo pulizia e precisione tipiche delle bands del genere.
Ottima l’attitudine dei Nostri, che si sanno destreggiare sul palco con buona disinvoltura (eccezionale il passo del canguro del cantante/chitarrista, peccato sia già quasi Ferragosto, sarebbe diventato il ballo dell’estate!).
A questo punto la giuria viene distratta da uno stacco di coscia svedese di circa un metro e trenta, alziamo gli occhi e una liscia chioma bionda fa la sua comparsa ad altezza reni, lunga al punto giusto da terminare esattamente dove inizia un paio di chiappe modello albicocca acerba ben delineate dagli short modello Gibaud.
Il servizio fotografico è d’obbligo, sprezzanti degli amici che la seguono come cagnolini al guinzaglio e che non ci risparmiano occhiatacce minatorie, ovviamente rispedite al mittente con gli interessi. Dopotutto, We’re Truemetal, We’re Invincible…
Seguono i Mandrake Root, band hard rock/heavy metal dalla giusta attitudine, dai riff semplici ma avvincenti e dalla voce sfiatata del frontman (capace però di tenere viva l’attenzione del pubblico: interagisce con i presenti in maniera pressochè impeccabile). A questo punto fa la sua comparsa quello che è stato soprannominato l’Attila della Val di Taro, il Montalbano del Parmense, una delle “strane creature” che affollano i boschi della zona (secondo l’indottrinamento fattoci dal singer dei Kabal), che procede di rutto in bestemmia, rigorosamente in growl, lungo il percorso palco-bar-palco, versando fiumi di birra fuori dal boccale ad ogni passo. Il simpatico intrattenitore di folle, capace di headbangare anche in solitaria e senza musica, doveva essere la vera attrazione della serata. Sul finale abbiamo addirittura piacevolmente scoperto che l’energumeno fosse dotato di parola, tanto che abbiamo diligentemente ascoltato, dall’esperienza dei suoi 36 anni, ampi sermoni sulla fratellanza metallara e dichiarazioni d’amore per tutti i presenti.
Per ultimi salgono sul palco i Candlelight (ai quali abbiamo consigliato di cambiare monicker) del bassista/direttore della manifestazione: una band di blackmetal dalle varie influenze.
I ragazzi sono giovani e con poca esperienza e tutto ciò si sente: poca compattezza del suono (in parte causata dall’incompetenza del fonico), pezzi che terminano senza senso, face-painting ai limite del kitch, influenze disparate (vi sono anche riffs che richiamano un certo post thrash) che però non riescono ad essere ben amalgamate col background portante della band (un blackmetal sinfonico).
Conclusa la manifestazione, non possiamo far altro che decretare all’unanimità i vincitori della serata: i Fallen Fate.
Mentre i tecnici si apprestano a smontare il tutto, Noi quattro baldi romani decidiamo di bere il cosidetto bicchiere della staffa, gentilmente offertoci dalla sempre più disponibile Lucia, che si risolve in due medie a testa.
La serata si conclude con la nostra Lucia, che tra l’altro dimostra un certo debole nei confronti di Alessandro (non è vero, anzi riteniamo che con un po’ di buona volonta ed un po’ più di tempo riuscirebbe a farsi odiare da lei senza problemi), che ci accompagna nel bosco in cui è stato deciso che dormiremo (ma dormiremo?). Veniamo attirati nel luogo di perdizione da voci che assicuravano la presenza di un centinaio di persone, dedite ai vizi più disparati, per una nottata all’insegna del puro divertimento, ma al nostro arrivo freddo e desolazione sono gli unici compagni della nostra nottata. A parte le “strane creature” e la Lucia…
Kabal
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Fallen Fate
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Mandrake Root
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Candlelight
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Varie
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La svedesona |
La svedesona – particolare |
La svedesona – reazioni |
di Mauro Gelsomini e Alessandro Di Clemente

























