La storia dei Lloth è segnata dal dolore. Il progetto nasce ad Atene nel 1995 con il nome di Astarte e una formazione interamente femminile, una rarità assoluta, soprattutto in quegli anni e all’interno della scena black metal. Figura centrale della band è sempre stata Tristessa, scomparsa nel 2014 dopo una lunga e dolorosa battaglia contro la leucemia. A raccoglierne l’eredità è il marito Nicolas Sic Maiisto, che decide di riportare in vita il progetto, ribattezzandolo Lloth.
Bisogna attendere ancora qualche anno prima di assistere al debutto discografico della nuova incarnazione, ma Athanati (2017), dedicato alla memoria di Tristessa, delinea già la direzione musicale intrapresa da Maiisto. Il riferimento è quello di un black metal dalle inconfondibili radici elleniche, costruito su ritmiche cadenzate, aperture melodiche e un ampio ricorso a cori dai toni quasi liturgici. Una formula che ritroviamo anche nel nuovo Archees Legeones, secondo capitolo della discografia dei Lloth.
Sostenuto da una produzione di (più che) buon livello, il disco abbraccia coordinate che si dipanano tra melodic black/death e abbracciano contaminazioni folk, allontanandosi ulteriormente dai canoni più riconoscibili del black metal tradizionale. Niente sfuriate al limite della velocità, dunque, né urla scaraventate nell’abisso. L’opener Angel Wings introduce fin da subito un approccio melodico e compassato, che i successivi tre quarti d’ora di musica sviluppano senza sostanziali deviazioni. Il problema è proprio qui: quella che potrebbe essere una scelta stilistica consapevole finisce per tradursi in una certa uniformità, lasciando emergere la sensazione che al disco manchi qualcosa per risultare più compatto e incisivo. Si attende una svolta, un cambio di passo capace di spezzare la continuità, ma la chiamata resta in gran parte inascoltata.
Sia chiaro, Archees Legeones funziona nei limiti della proposta che intende portare avanti. A lasciare perplessi è semmai la direzione intrapresa dai Lloth, che sembra privilegiare una formula più accessibile rispetto agli stilemi tradizionali del genere. Una scelta che può apparire come un tentativo di ampliare il bacino d’ascolto, anche se non è possibile stabilire quanto vi sia di deliberato in questa evoluzione. Qualcuno potrebbe intravedere una certa affinità con i Rotting Christ, ma i punti di contatto rimangono circoscritti e non bastano a conferire al disco un’identità particolarmente distintiva.
Tra gli episodi più convincenti spicca Alpha and Omega, probabilmente il brano migliore della scaletta, capace di lasciare un’impressione più marcata rispetto a quanto avvenga nel resto dell’ascolto. Nel complesso, tuttavia, lo sforzo di Maiisto rischia di soddisfare soprattutto una cerchia ristretta di appassionati, disposti ad accogliere una declinazione melodica del black metal, pur senza pretenderne necessariamente la componente più feroce e viscerale. Se l’obiettivo fosse invece quello di conquistare nuovi adepti, questa strada potrebbe anche rivelarsi efficace.
Il giudizio, dunque, è positivo ma accompagnato da qualche riserva. Archees Legeones possiede qualità che meritano di essere riconosciute, ma fatica a valorizzarle fino in fondo, complice una scrittura che avrebbe beneficiato di maggiore varietà e di una personalità più definita. Ascoltato al di fuori del contesto che ne accompagna la genesi e l’identità, il disco perde parte del suo peso specifico. Promosso, ma senza particolari entusiasmi.