Il supergruppo progressive metal Temic (composto da musicisti che militano o hanno militato in band come Mike Portnoy Shattered Fortress, Devin Townsend, The Neal Morse Band, Haken, Shining, Withem, Maraton e Big City), ha finalmente rilasciato il tanto atteso secondo studio album, preceduto dall’uscita del primo singolo “Ceased to Be”. L’album esce per Season of mist ed è stato registrato (per quanto riguarda batteria e voce principale) presso i Lionheart Studio di Oslo, in Norvegia, proseguendo sulla scia del loro debutto del 2023, Terror Management Theory.
“Ceiba”, come il suo predecessore, affonda le sue radici nel tema del lutto e della perdita. Nella cultura Maya, l’albero in questione è considerato un axis mundi che unisce la terra, il cielo e l’oltretomba; la band utilizza questa struttura per ripercorrere il dolore attraverso le sue diverse manifestazioni: la rabbia, la colpa, il silenzio e, infine, la rinascita. L’idea è presente in varie mitologie, del resto troviamo un artwork simile in dischi come Skyforger degli Amorphis e Kindly bent to free us dei Cynic. Le attese per la nuova musica proposta dai Temic tuttavia sono alte, vediamo se i fan saranno accontentati o meno.
L’opener “Ashes” è un pezzo granitico, che ripropone l’inconfondibile sound dei Temic: chitarre metal accostate alla voce pulita e melodica di Fredrik Bergersen Klemp, con in più i soundscape di Diego Tejeida. Bene, dunque, ma forse ci si aspettava qualcosa in più vista la classe della line-up e l’effetto sorpresa dell’album di debutto. “Beyond the voice” ha un buon assolo di Eric Gillette ma non spicca nel complesso. “Ceased to be” contiene un testo che è scritto e cantato dal punto di vista di una persona che sta morendo circondata dai propri cari. A dispetto del tema ferale, la morte non viene però descritta come un evento spaventoso o da subire con resistenza, ma viene osservata con serenità, accettazione e come un rito di passaggio. “Broken” è una ballad crepuscolare, vicina a certi lidi sonori targati Leprous, o forse più semplicemente una Thruogh Her eyes in versione moderna… Sicuramente cullante ma non lascia il segno. “Casting stone” è forse il pezzo più tirato in scaletta insieme all’opener. Si vira sul djent e i rimandi al sound Haken sono evidenti. Le ritmiche al cardiopalmo e la tecnica fuori discussione confermano le potenzialità dei Temic, peccato il brano a un certo punto si incarti su sé stesso volendo imitare le scale claustrofobiche di Octavarium dei Dream Theater invece di sperimentare nuove vie del progressive. “See myself” è invece convincente nella misura in cui ripropone un sound più originale, con filtri vocali e voglia di sperimentare “Parting the Waves Inside” è un tributo a Devin Townsend e al suo sound sempre avanti coi tempi. La breve “Night of Veils” è un altro pezzo lento e atmosferico, convince di più di “Broken”, proponendo un dialogo profondo tra Tejeida e Gilette. E siamo al gran finale: l’album si chiude con due pezzi da novanta. “Alone” è un brano sopra la media, un mid-tempo malinconico e potente, con un assolo di chitarra in pieno stile John Petrucci. Il brano più lungo in tracklist, “As Long As We Last”, mostra infine i Temic nella loro forma migliore e più convincente, quella che dilata il proprio sound e non teme di osare.
Dopo ripetuti ascolti, possiamo dire che Ceiba è un album solido, ben suonato e con testi che contengono riflessioni esistenziali di un certo spessore, però non raggiunge la validità di Terror Management Theory. Mancano vere idee innovative e si preferisce citare i mostri sacri del prog. invece di proporre qualche esperimento azzardato quanto basta (perché non inserire di nuovo alcune parti in slap?). Detto questo, la band è in salute, avrà modo per rifarsi, li aspettiamo tra pochi giorni a Milano, sicuri della bontà del loro show insieme ai Kingcrow.