Copertina di City Of Lights dei City of Lights
Recensione AOR · Album · 2026

City of Lights City Of Lights

di Fabio Vellata 26 Ottobre 2026 - 10:00
Tipologia
Album
Etichetta
Pride & Joy Music
Genere
AOR
Anno
2026
Nazione
Svezia

Nati nel 2018 dall’incontro tra il chitarrista e compositore britannico Neil Austin e il cantante greco Manos Fatsis, i City Of Lights sono una di quelle band che sembrano nate per viaggiare di notte: un progetto internazionale, costruito attorno a musicisti provenienti da esperienze diverse e uniti da un amore dichiarato per l’hard rock melodico e l’AOR. Dopo l’esordio "Before The Sun Sets", il gruppo firma con la Pride & Joy Music e arriva a questo secondo album omonimo, pubblicato il 23 ottobre 2026.

C’è chi costruisce dischi come si prepara una cena elegante: tutto al suo posto, tovaglia stirata, profumo di rosmarino. E c’è chi, invece, apre la finestra di un sesto piano su una città futurista sferzata dalla pioggia, accende un sintetizzatore e lascia entrare la luce del neon insieme alla malinconia. I City Of Lights scelgono la seconda strada, e il loro secondo album si apre proprio con un omaggio a Vangelis prima di tuffarsi in quarantanove minuti di AOR dalla pelle lucida e dal cuore perennemente in ritardo come un treno delle Ferrovie dello Stato.

La formula è quella del melodic rock europeo: chitarre nitide, tastiere che profumano di anni Ottanta, ritornelli costruiti per restare impressi come un vecchio jingle pubblicitario. Il riferimento più immediato è un incrocio tra i Survivor più melodici, i Def Leppard meno gioiosi ed i Degreed. Con punte che guardano ai Toto quando questi avevano ancora fame di grandi canzoni, oltre che di grandi soli, e spruzzate di Van Halen. Insomma, influenze di peso.
Fatsis canta con convinzione, gonfiando i polmoni senza trasformare ogni strofa in una gara di potenza. Ed il songwriting è spesso pensato con evidenza per metterne in risalto il talento e la vocalità.

Il disco, però, rivela una sorpresa: sotto il cromato e i grandi numi tutelari c’è carne viva. "Learn To Live" affronta il lutto senza fingere che il tempo sia un cerotto magico, mentre "Masquerade" racconta quei sorrisi da vetrina dietro cui si nascondono stanchezza e fragilità. Sono i momenti in cui la band smette di inseguire il riff perfetto e decide di raccontare qualcosa, e la differenza si sente.

Il titolo è una piccola suite urbana, fatta di sogni che brillano e poi svaniscono tra i grattacieli. "Beautiful & Broken" trasforma le cicatrici in decorazioni invece che in vergogne, e "Care For You" allunga il respiro fino a quasi sei minuti senza annoiare. Proprio qui i City of Lights offrono la sensazione di un gruppo che cerca di uscire dal ristretto recinto di genere e cerca una identità propria. Tenta di costruire una sorta di mappa della notte fatta di un AOR che vuole collocarsi in scenari futuri a tinte plumbee, lontane dalla solarità che ne innerva da sempre la tradizione ed i codici costitutivi.

Occhio, ovviamente: "Unbreakable" e "We’re A Family" pescano nel sacco delle frasi e delle formule già sentite mille volte, e la produzione, poderosa e pulita, a tratti comprime tutto come in una stanza troppo affollata. Basterebbe qualche secondo di silenzio, un respiro tra chitarra e synth, per far brillare ancora di più i momenti di maggiore ispirazione.

"City of Lights" resta ad ogni modo un album che funziona come una buona serie tv: episodi immediati, personaggi credibili, qualche caduta di tono e un finale che riporta la pioggia e le atmosfere suggestive laddove tutto era iniziato.
Se l’AOR è un genere spesso accusato di vivere di luci al neon, i City Of Lights dimostrano che dietro quelle insegne a volte asettiche e fin troppo edulcorate, possono esserci anche persone vere, con le tasche piene di sogni e le mani un po’ sporche di vita.

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