Gli Hatesphere dei primi album erano un'autentica macchina da guerra: proponevano un thrash-death violentissimo e con groove assassini, avevano un micidiale Jacob Bredahl al microfono e sembravano inarrestabili. Poi, complice anche la dipartita del cantante, le cose hanno iniziato a sfaldarsi e non sono più tornate a quei livelli. Tra pochi alti e molti bassi si è ormai arrivati alla dodicesima prova in studio e, purtroppo, la ferocia di certi lavori sembra completamente dimenticata.
Guillotine è un disco onesto, che nei suoi trentotto minuti di vita intrattiene in maniera piacevole; il suo enorme problema però è che non fa altro. Il genere proposto dai danesi è sempre quello, ma qui mancano i riff, la convinzione e, soprattutto, la cattiveria. Ci sono tutti gli ingredienti vincenti dei tempi d'oro ma sembrano dipinti ad acquerello, e il risultato è un thrash-death fortemente tenue, un ossimoro.
I primi ascolti offrono subito avvisaglie e conferme in un lampo: la band suona, si sbatte, si contorce ma non riesce mai a tirare fuori dal cilindro uno spunto memorabile. Certo, qua e là qualche vagito c'è, si scapoccia volentieri in diversi frangenti e la produzione martella al punto giusto; non basta però per arrivare a poter considerare il lavoro di alto livello.
C'è anche poca lucidità nella gestione della tracklist: mettere la titletrack, un brano lento, come seconda traccia (intro esclusa) in un disco del genere è praticamente un suicidio.
Ci speravamo, in un ritorno in grande stile degli Hatesphere; purtroppo però, in musica come nella vita, le cose non sempre vanno come vorremmo e quello che rimarrà di Guillotine sarà solo la prima macchina di morte non letale del pianeta.