Nati a Buenos Aires nel 2020 per mano dei chitarristi Hernan Cattaneo e Marcos Nieva Green, i Neon Rider hanno cominciato come progetto parallelo dedito al melodic rock anni Ottanta, per poi trasformarsi in una formazione a tutti gli effetti. Dopo il debutto "Destination Unknown" (2024), inciso con Bruno Sangari alla voce, la band si è ripresentata con un assetto diverso: Nieva Green ha lasciato la chitarra per occuparsi del lead vocal, mentre Cattaneo è rimasto unico chitarrista, affiancato da Daniel Bravo al basso e Pablo Ureta alla batteria.
"Keepers Of The Flame" è il loro secondo album, dodici brani che dichiarano subito le proprie intenzioni. AOR e melodic hard rock di matrice classica, con l’ombra di Journey, Survivor, Foreigner ed Europe a fare da cornice, ma filtrati attraverso una produzione contemporanea. Le intenzioni sono spesso leggibili, e qualche idea non manca: “Drowning In Shallow” apre con grinta, “Waiting For My Call” mostra un lato più misurato e “Another Love Story” chiude con una costruzione lenta e atmosferica che rivela una sensibilità superiore alla media. Il problema, tuttavia, sta proprio nel centro del progetto: Marcos Nieva Green possiede personalità, ma la sua voce è un ostacolo più che un veicolo. Intonazione incerta, timbro poco duttile, un approccio che fatica a sostenere i refrain che la band sogna di rendere epici; dove il materiale chiederebbe un interprete capace di volare, lui si muove a fatica, e l’ascolto non risulta poi dei più gratificanti.
Cattaneo, invece, fa il suo dovere con riff solidi e assoli funzionali, mentre la sezione ritmica regge senza eclissi. Il disco, insomma, non è privo di meriti, ma resta un esercizio di devozione al genere più che una dichiarazione autonoma: le canzoni scorrono, alcune convincono, nessuna davvero conquista.
Peccato, perché la copertina è di quelle che promettono molto più di quanto la musica riesca poi a mantenere: notturna, luminosa, perfettamente coerente con l’estetica neon e anni Ottanta della band.
Una veste splendida per un disco che, sotto il trucco e già dal titolo un po' banale, mostra invece troppe imperfezioni.