Copertina di The Greater Good dei Velveteen Queen
Recensione Hard Rock · Album · 2026

Velveteen Queen The Greater Good

di Valeria Campagnale 6 Ottobre 2026 - 09:00
Tipologia
Album
Genere
Hard Rock
Anno
2026
Nazione
Svezia

Con "The Greater Good", il quintetto svedese Velveteen Queen compie il passo decisivo per consolidare l'ottimo impatto del loro debutto "Consequence of the City". Nati nel 2021 a Göteborg, i cinque musicisti riescono a sintetizzare in undici tracce, un'identità sonora sempre più definita e consapevole. L'obiettivo dichiarato non è la semplice rievocazione nostalgica, bensì la rielaborazione dell'eredità dell'hard rock, dello sleaze e del glam-punk di stampo scandinavo e americano tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei novanta, restituita attraverso un'esecuzione diretta, attuale e del tutto priva di sovrastrutture.
L'impatto con il disco è immediato. L'apertura affidata a "Too Far Gone" impone subito un ritmo sostenuto grazie a un incipit ritmico incalzante e trascinante, capace di bilanciare l'impeto delle chitarre con un'architettura melodica di rara precisione. A stretto giro, la title track sposta l'asse espressivo verso sonorità più dense e cupe,  introdotta da un giro di pianoforte dai toni caldi e sfumati, la canzone si sviluppa su un groove incalzante sorretto da una voce graffiante e carica di patina espressiva. Dal punto di vista lirico, il brano sceglie di affrontare temi di spessore come l'apatia e le illusioni della società contemporanea, dimostrando come la scrittura del gruppo rifiuti l'intrattenimento di maniera per cercare un contatto viscerale ma maturo con chi ascolta.

Il percorso d'ascolto prosegue espandendosi lungo diverse matrici stilistiche con straordinaria fluidità e disinvoltura, dimostrando una versatilità compositiva mai fine a se stessa. Episodi estremamente diretti come "Walk or Talk" e "Adrenaline" puntano tutto su un dinamismo travolgente, alimentato dalla spinta di cori trascinanti, ritornelli d'impatto immediato e un lavoro di chitarre caratterizzato da riff taglienti. In questi brani, la band riesce a fondere con naturalezza l'energia grezza e sfacciata del glam-punk d'annata con strutture melodiche di grande presa, mantenendo una tensione ritmica costante che cattura dal primo all'ultimo secondo e arricchisce la trama complessiva del disco di vitalità.
La seconda parte dell'album rivela invece il lato più spigoloso e ruvido, in "Can’t Go Back in Time" e "Liar" emergono sonorità pesanti e viscerali, dove le chitarre si muovono con disinvoltura tra riff graffianti e linee ritmiche battenti, donando al lavoro una patina "da strada" che spezza con efficacia l'impostazione più levigata dei brani precedenti.

La vera maturità compositiva ed espressiva della band emerge in modo inequivocabile proprio nella gestione dei momenti di stacco emotivo e nei frequenti, ma sempre coerenti, cambi di registro che punteggiano la scaletta. Invece di adagiarsi pigramente sui moduli abusati e sui cliché polverosi delle tipiche power ballad anni '80, una traccia illuminante come "Chains" sceglie con coraggio la via dell'essenzialità e della misura; il brano si appoggia su un uso sapiente e bilanciato delle chitarre acustiche, riuscendo a tratteggiare un'atmosfera ovattata, intimista e profonda senza per questo rinunciare nemmeno per un istante alla propria viscerale attitudine rock. Sulla stessa lunghezza d'onda, "Sorry" si distingue come uno dei vertici emotivi del disco grazie a un arrangiamento estremamente asciutto, privo di barocchismi o ridondanze, concepito appositamente per mettere a nudo la straordinaria resa vocale di Samuel Nilsson. L'interpretazione del cantante si rivela sfumata, intensa e ricca di patos, capace di toccare corde emotive decisamente profonde senza mai scivolare nell'eccesso sentimentale o nel lezioso.
Superate queste parentesi più raccolte, la travolgente intesa tecnica della sezione ritmica e il dialogo continuo, affilato e incalzante tra le due chitarre tornano a ruggire con prepotenza in pezzi dall'impatto immediato come "It Ain’t Over" e "Best Of The Best". Qui la band ritrova la propria carica da arena, inanellando incastri armonici e groove serrati che trascinano l'ascoltatore verso la naturale e appagante conclusione dell'album.

Il compito di chiudere il cerchio spetta a "Try (To Believe Me)", un mid-tempo articolato, solido e di grande respiro che riassume al meglio tutto l'enorme potenziale della formazione. Costruito su un sapiente intreccio di chitarre, dove i riff portanti si fondono con assoli misurati ma dotati di un notevole impatto, il brano chiude l'ascolto con perfetto equilibrio e senso della misura.

"The Greater Good" mostra quelle radici sonore anni '80 che hanno plasmato l'identità del gruppo, ma che qui appaiono ormai del tutto metabolizzate e rielaborate in una chiave moderna, matura e profondamente personale.

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