Copertina di The Pulse of Annihilation dei Psycroptic
Recensione Death · Album · 2026

Psycroptic The Pulse of Annihilation

di Giovanni Picchi 8 Ottobre 2026 - 12:15
Band
Psycroptic
Tipologia
Album
Genere
Death
Anno
2026
Nazione
Australia

Tra i veterani del technical death metal, i tasmaniani Psycroptic sono una di quelle realtà che per gli aficionados del sottogenere non ha bisogno di presentazioni. Il loro stile è distinguibile per l’accordatura in Drop D che assicura una tensione ideale delle corde della chitarra Ormsby Custom del mastermind Joe Haley, sostenendo al meglio i passaggi cromatici e la sua caratteristica plettrata in hybrid picking (cioè l’utilizzo sincrono del plettro e delle tre dita libere): il riffing, che è sempre stato il marchio di fabbrica della band, guadagna così in nitidezza, efficacia e velocità d'esecuzione. Nel nuovo album, “The Pulse of Annihilation”, la band mantiene intatti questi elementi tecnici ma il sound in questa occasione vira verso lidi più groove e thrash per una resa finale che si apre a soluzioni più melodiche e accessibili, anche se il legame con il death metal resta comunque saldo grazie all'uso calibrato dei blast-beat e all’approccio vocale estremo: non a caso, in una recente intervista, il gruppo si è definito come “i Pantera con i blast-beat”. Le sfuriate chitarristiche di Joe, impreziosite anche dai continui lick e string skipping, viaggiano in perfetta simbiosi con le trame di batteria del fratello David, dando vita a un blocco ritmico pienamente efficiente e totalmente amalgamato, in cui il basso del pur bravo Todd Stern finisce inevitabilmente per rivestire un ruolo di puro supporto.

Attiva ormai da un quarto di secolo e con nove full-length in discografia, la band ha vissuto una parabola evolutiva netta: partiti con la brutalità grezza e intransigente dei primi due lavori (il secondo album "The Scepter of the Ancients" è tuttora considerato l'apice della band e uno dei dischi fondamentali del technical death metal), i Nostri hanno poi intrapreso un progressivo processo di pulizia del suono e di consapevolezza dei propri mezzi che li ha portati a forgiare un'identità unica tra le miriadi di band del genere: una svolta inaugurata nel 2006 con il terzo album “Symbols of Failure”, molto vicino al technical di stampo brutal di band quali Suffocation e Dying Fetus e che sanciva l’ingresso di Jason Peppiatt dietro il microfono. La crescita tecnica e compositiva è poi sfociata in “Ob(Servant)” (punto d'incontro tra la complessità tecnica degli esordi e l'approccio più hardcore della seconda parte di carriera) e nella triade di uscite degli anni Dieci, culminata in quel “As the Kingdom Drowns” che sembrava aver tracciato i confini stilistici della band tra produzione pulita, strutture definite, riff massicci carichi di groove ed elementi corali.

Il successivo “Divine Council” (2022), pur forte dei soliti riff portentosi e di una caratura tecnica indiscutibile, aveva tuttavia mostrato i primi sintomi di una stasi evolutiva, evidenziando canzoni un po’ prolisse e un tecnicismo fine a se stesso che non lasciava il segno. Il disco ha visto l'innesto alle backing vocals di Jason Keyser degli Origin ad affiancare Jason Peppiatt; Keyser ha inoltre contribuito alla scrittura dei testi e ha supportato la band in sede live come unico cantante per i recenti tour in Nordamerica e in Europa ed è stato confermato anche per il nuovo album. Il rischio concreto era però che questo nuovo capitolo potesse adagiarsi sugli stilemi del passato, scivolando nell'autocompiacimento o nella sterile autocitazione. Per una creatura preparata tecnicamente come gli Psycroptic, però, questo dubbio si è volatilizzato: “The Pulse of Annihilation”, pubblicato il 17 luglio e che segna l’importante passaggio della band sotto l'egida della blasonata Metal Blade Records, sceglie infatti di virare, come accennato sopra, verso brani complessivamente più accessibili e leggermente più brevi nella durata, evidenziando una netta maturazione dal punto di vista del songwriting. Sia chiaro, non siamo di fronte a un repentino cambio di genere o a uno stravolgimento stilistico radicale, tutt'altro; eppure, ciò che si avverte tra i solchi di questo nono full-length è una struttura più diretta e intellegibile. Strofe e bridge sono ora costruiti per sfociare in refrain chiaramente percepibili e ben differenziati tra una traccia e l'altra, mentre la profondità del suono, amplificata dall’accordatura bassa della chitarra, dona all'insieme un'atmosfera cupa che ne innalza l'impatto emotivo.

Questa ritrovata efficacia espressiva emerge con prepotenza già nel trittico iniziale. L’opener “Ashes of a New Dawn” punta tutto su un forte appeal immediato, trainata da un ritornello così solido e scandito da lambire territori cari ai Lamb of God. Con la successiva “Gathering a Venomous Herd” la band schiaccia invece sull'acceleratore: un assalto incentrato su ritmiche sincopate dettate dal riffing, sopra le quali erge la prova di un Jason Peppiatt in forma smagliante, autore di una prestazione vocale al vetriolo. “A Sword of Me”, introdotta da un fraseggio acustico accompagnato dalle tastiere che carica l'atmosfera di tensione e suspense, è un brano che si dipana su tempi più quadrati, lenti e ragionati, dove l'apporto al microfono del confermato Jason Keyser aggiunge sfumature interessanti: il suo growl, più profondo e brutale e udibile solo sullo sfondo, crea una splendida contrapposizione con le metriche urlate di Peppiatt. Il risultato è un pezzo intriso di un groove debordante (capace di rievocare qualche rimando ai Symphony X) e impreziosito da un ritornello di rara intensità, di quelli che stampano in testa un'irrefrenabile voglia di premere nuovamente il tasto play e a cui è letteralmente impossibile restare immobili.

Se “No Time for the Weak” mette in mostra un riffing più asciutto e diretto, incastonato tra continui cambi di tempo che vedono la sezione ritmica muoversi con un dinamismo persino superiore a quello della sei corde - dando vita a un brano non immediato e che richiede più ascolti per essere assimilato - , sono l'intro acustica e le atmosfere eteree di “Our Pillars Fall” a regalarci momenti molto intensi. La traccia si sviluppa tra accelerazioni serratissime e rallentamenti ragionati, sfociando in un ritornello evocativo di rara intensità che sembra uscire direttamente da “As the Kingdom Drowns”: sfracelli puri. Non è da meno la quasi title-track “Annihilation Pulse”, forte di un riffing certamente complesso ma immediatamente riconoscibile e dal groove "saltellante"; un insieme di note gravi e pesanti che si legano perfettamente a un bridge veloce e tecnicissimo, prima di esplodere in un altro refrain fortemente evocativo e trascinante, sorretto proprio dall'ottimo lavoro chitarristico di Joe Haley.

Nella parte conclusiva, incontriamo l'accoppiata formata da “The Blade of Grass” e “To Embrace This Curse”, episodi che, pur assestandosi un gradino sotto le vette compositive finora descritte, non intaccano di molto la valutazione finale del disco. La prima, scelta non a caso come secondo singolo d'anticipazione e supportata da un videoclip ufficiale, si presenta come un pezzo decisamente diretto e d'impatto, concepito per veicolare un messaggio lirico forte attraverso strutture più accessibili. La successiva “To Embrace This Curse” risulta invece meno memorabile sul lungo periodo, rinunciando alle melodie espresse chiaramente nell’album o a un riffing propriamente d'antologia per puntare tutto sulla pura aggressione sonora, dove un massiccio uso del palm mute la fa da padrone. Entrambi i brani, insomma, scelgono di muoversi su binari più canonici e collaudati, preferendo l'impatto frontale e il coinvolgimento immediato alle finezze strutturali dei pezzi precedenti. Il disco si chiude nel migliore dei modi con la bellissima “Forging the Crown”, un pezzo da novanta in cui torna a dominare l'inconfondibile hybrid picking di Joe Haley. La traccia, dopo una breve intro atmosferica, si sviluppa su un riffing forsennato e ipertecnico che gioca sull'uso massiccio di power chord per poi adagiarsi, in corrispondenza del refrain, su ritmiche più rallentate e impreziosite da un leggero tappeto di tastiere. Ma il vero protagonista è ancora una volta il riffing mostruoso, in continua evoluzione e sempre pronto a intraprendere nuove, imprevedibili strade, fino a sfociare in un finale epico sporcato dai synth. La degna conclusione di un album che va semplicemente acquistato, sparato a tutto volume e ascoltato lasciandosi trasportare dalla bellezza delle note.

La produzione è ad opera delle sapienti mani di Joe Haley stesso presso i suoi Crawlspace Productions, la bellissima cover è ad opera di Belial Necroarts mentre le tematiche, fortemente impegnate, trattano della tensione, del collasso sociale e della devastazione ambientale. Con “The Pulse of Annihilation” gli Psycroptic non solo scacciano qualche dubbio sulla resa della loro continuità, ma si riconfermano maestri assoluti nel saper bilanciare brutalità e finezza strutturale. Un ritorno ispirato, cupo e dannatamente solido che sarà sicuramente tra le varie top list di fine anno.

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