Copertina di The Reign dei Abyssus
Recensione Death · Album · 2026

Abyssus The Reign

di Daniele D'Adamo 23 Ottobre 2026 - 12:00
Band
Abyssus
Tipologia
Album
Genere
Death
Anno
2026
Nazione
Grecia

Terzo full-length in carriera per gli Abyssus. La prova del fuoco, come si suol dire, quando cioè una band dovrebbe mostrare di essere diventata adulta. Sia per quanto l'aspetto della tecnica strumentale, dell'avvenuta messa a fuoco di un stile personale e, perché no, della stesura di testi coerenti fra loro.

Il combo ellenico sicuramente si è avvicinato parecchio a questi obiettivi, magari grazie all'aiuto di musicisti ospiti navigati come Konstantinos Foukarakis (Rotting Christ, chitarra), Chris Zoukas (Sacral Rage, basso) e Fotis Benardo (Nightfall, ex-Septic Flesh, ex-Nightrage, batteria). Non per questo, però. Il disco è stato concepito da Konstantinos Analytis e compagni, per cui non resta che dar loro il merito di aver messo su un insieme di brani declinanti con forza nell'old school death metal.

Un sottogenere, questo, che fortunatamente stenta a morire, giacché riporta indietro nel tempo un sound che ha disegnato la Storia del metal estremo a partire dalla fine degli anni ottanta per esplodere a cavallo dei novanta. Un richiamo, quindi, ai dettami fondamentali che hanno fornito le fondazioni sulla quale centinaia di act hanno costruito la loro sovrastruttura. Quindi, ben vengano gli ellenici, a rinvangare i fasti dei Dismember, Entombed, Unleashed e compagnia cantante.

È bene rimarcare subito che "The Reign", questo il titolo dell'LP, non è una banale scopiazzatura di quanto già esistente in materia. Il che è già un obiettivo centrato, giacché il rischio di scimmiottare le compagini appena elencate è assai elevato. Al contrario, il quintetto di Atene cerca, riuscendoci, a dar vita a dieci canzoni prima di tutto ben eseguite nonché perfettamente acquisibili grazie a una produzione chiara, precisa, che comunque lascia passare, come deve, uno spiffero di putrido marciume. Perché così è: l'old school death metal deve puzzare. E tanto. E più puzza e più riesce a trasmettere a chi ascolta l'odore di cripte sotterranee in cui riposano cadaveri da tempo immemore avvolti da foreste di ragntele. Odore di vecchio, odore di stantio. Odore di old school death metal.

Odore di Abyssus, il cui sound magari non sarà originalissimo ma che, come più su evidenziato, non ha ostacolato l'elaborazione di song tenute assieme dallo stesso identico stile. Uno stile che rimanda, anche, a una irreprensibile professionalità nello sciorinare con scioltezza pezzi non particolarmente complessi ma diretti e potenti come un pugno sferrato a tutta forza nello stomaco. Come accade, per esempio, in "Await the Final Call", il cui riff portante scoperchierebbe un carro armato.

Non solo, in ogni caso i due chitarristi Konstantinos JaJas e Panagiotis Gkourmpaliotis si mostrano impeccabili nel costruire, con il loro riffing preciso e potente, un muro di suono roccioso che orla il disco. Muro di suono il quale, unitamente alla sezione ritmica a opera di Manolis Skoularakos (basso) e George "Hellgrinder" Tsafos (batteria), si rivela impossibile da valicare per restare così intrappolato nel Mondo dipinto dalla corazzata ellenica.

Da citare, inoltre, la closing-track, "Trapped in Purgatory", che altri non è che una suite slow-tempo in cui, liberi da vincoli, detta corazzata può navigare come le pare in un mare di sangue, liquidi di decomposizioni e putrefatti. Infine, non si può non osservare che il gruppo delle tracce dall'opener-track "The Meaning of Pain" alla ridetta "Trapped in Purgatory" conserva un propria identità, seppure esse siano ben diverse le une dalle altre, aiutando così il processo di riconoscimento delle medesime.

Onore, dunque, agli Abyssus per non aver seguito le mode che stanno stravolgendo il death metal cosiddetto vero, dando alle stampe un'opera che possiede una sembianza moderna ma che, di contro, un'anima e un cuore che non dimentica da dove lo stesso death metal è nato. Così facendo, le nuove generazioni potranno toccare con mano com'era il metallo della morte nei primi passi del suo lungo cammino.

Daniele "dani66" D'Adamo

Carico il prossimo articolo