Alternative Metal

Live Report: Avatar + Alien Weapony + Witch Club Satan @ Alcatraz, Milano – 03/03/2026

Di Martina L'Insalata - 4 Marzo 2026 - 12:31
Live Report: Avatar + Alien Weapony + Witch Club Satan @ Alcatraz, Milano – 03/03/2026

Live Report: Avatar + Alien Weapony + Witch Club Satan @ Alcatraz, Milano – 03/03/2026
Photo report completo: Avatar + Alien Weapony + Witch Club Satan @ Alcatraz, Milano – 03/03/2026

Milano, 3 marzo: l’Alcatraz accoglie il ritorno degli Avatar in qualità di headliner per il loro In The Airwaves Tour, a distanza di un anno dall’apertura agli Iron Maiden allo Stadio Euganeo di Padova. Con loro per l’occasione le Witch Club Satan e gli Alien Weaponry.

Si prospetta una serata davvero bella e interessante e mi sorprende vedere il palco B in uso: siamo di fronte a un soldout fatto e finito, gli Avatar ne hanno fatta di strada e meriterebbero senza dubbio il palco più grande. Ad ogni modo la sostanza c’è, in tutti i gruppi presenti.

Le Witch Club Satan salgono sul palco con addosso corpse paint, maschere e incensi, pronte per il loro rituale, il tutto denudandosi man mano in un modo per niente scontato. Sicuramente divisive sia per aspetto che per suoni: il trio norvegese mostra fiero le proprie origini tra black metal ed esoterismo tipico di chi è cresciuta tra femminilità, paganesimo e natura nordica e lo fa al meglio delle proprie possibilità, un po’ alla Eivør ma con suoni nettamente più pesanti. All’attivo hanno un album di debutto omonimo da cui suonano e recitano brani come Fresh Blood Fresh Pussy, Mother Sea, Black Metal is Krig e Solace Sisters: un set d’apertura azzeccatissimo, ipnotico al punto giusto con suoni distorti accolti calorosamente dal pubblico. A dimostrarlo più di tutti è il momento in cui urlano di fare silenzio e la sala si zittisce da cima a fondo, per poi esultare sulle dichiarazioni “silence is a fucking crime, no mercy for Benjamin Netanyahu”. Forse, se le avessimo avute un bel po’ di anni fa, il black metal sarebbe stato per certi versi maggiormente identitario e politico dal punto di vista femminile: certamente scomodo ma convincente.

A mantenere tratti fortemente identitari convincendo allo stesso modo il pubblico sono i neozelandesi Alien Weaponry: giovanissimi – il più piccolo ha 24 anni ancora da compiere, e coraggiosissimi, portano sul palco la loro musica nella loro lingua māori: pochi pezzi, come Rū Ana Te Whenua, Mau Moko e Taniwha, sapientemente scelti dai tre dischi pubblicati. Le sonorità spaziano dal classico numetal dei Korn a quelle anni duemila dei Lamb of God con tratti più tribali qua e là, è il secondo trio della serata a convincere e accogliere consensi dal pubblico sin dal primo minuto. Nelle parole di qualcuno che sarebbe salito sul palco di lì a poco dopo, “the greatest thing comin’ out of New Zealand after Frodo Baggins”.

A questo punto, l’atmosfera è perfetta per i padroni di casa: le luci si spengono e i suoni di un temporale li annunciano. Johannes Eckerström si nasconde dietro il suo cappuccio illuminato dalla sua lanterna: si inizia con Captain Goat seguita da Silence in the Age of Apes e The Eagle Has Landed. Teatrali al punto giusto, uno spettacolo tanto musicale quanto visivo che non risulta mai eccessivo ma perfettamente centrato persino nei cambi d’abito di Bloody Angel e Legend Of The King. Non hanno grande bisogno di visual e altre grandi cose su schermo, solo dei loro strumenti.

“Noi siamo Avatar”, viene ripetuto spesso durante tutto il concerto: Johannes si conferma un frontman pazzesco, intrattiene il pubblico scherzando con un italiano fin troppo preciso – memorabilissimo il “shut up I’m talking, eccheccazzo!” e con uno humor ispirato certamente a Pennywise ma che non oscura il resto della band anzi, sembrano essere i punti di forza l’uno dell’altro. Tra headbanging e siparietti divertenti – Bella Ciao al piano seguita da una improbabile Sarà Perché Ti Amo prima di Howling at the Waves, il tempo scorre al ritmo perfetto della loro musica, spaziando dalla più recente The Dirt I’m Buried In alle più datate Blod, Torn Apart e Let It Burn, direttamente dal Black Waltz del 2012.

“Potremmo andare avanti tutta la notte! Ma non lo faremo”, ed effettivamente è un peccato: dopo il solito finto saluto, questa volta un po’ sulla falsa riga passivo-aggressiva “mi fate booo perché siamo alla fine e sapete che succede a chi mi fa booo? Buonanotte, è stato bello, ciao!”, ecco l’encore su Don’t Go In The Forest, Smells Like a Freakshow e Hail The Apocalypse, che chiude un’ora e quaranta di spettacolo. A scaldare i cuori di metallo è proprio il finale: “prendetevi cura gli uni degli altri nonostante il mondo là fuori”, che puntualmente mi ricorda il motivo per il quale mi ritrovo qui in mezzo.

Il circo degli Avatar continua ad essere il posto perfetto e accogliente per i freak che siamo e non vediamo l’ora di ritrovarci di nuovo qui ancora una volta, magari sotto un palco ancor più grande, per essere ancor più strani e fieri di fronte a uno spettacolo coinvolgente, fedele a sé stesso ed incredibilmente metal proprio come piace a noi.