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Live Report: Iron Maiden + Trivium @Stadio “Giuseppe Meazza”, Milano – 17/06/2026

Di Manuel Gregorin - 20 Giugno 2026 - 15:58
Live Report: Iron Maiden + Trivium @Stadio “Giuseppe Meazza”, Milano – 17/06/2026

Il nostro report fotografico del concerto.

A distanza di un anno dalla data di Padova, gli Iron Maiden tornano sul suolo italiano con il loro “Run for Your Lives World Tour”. La location di quest’anno è di quelle prestigiose: infatti il concerto si terrà presso lo stadio “Giuseppe Meazza”, situato nella zona di San Siro a Milano. La tappa della band britannica presso quella che viene definita “La Scala Del Calcio”, segna di fatto il primo concerto metal all’interno dell’iconico stadio di San Siro, assumendo così, tutte le caratteristiche del grande evento.
Nei mesi scorsi non sono comunque mancate alcune polemiche in merito ai prezzi dei biglietti, che raggiungevano la cifra di 180 euro per il prato. Malumori assolutamente giustificati e comprensibili, considerando che sborsare certe cifre può essere problematico per tutti quelli che devono mensilmente fare i conti con scadenze, bollette, ed implacabili rate del mutuo. Un discorso che meriterebbe sicuramente un approfondimento, da affrontare però, in un’altra sede, visto che le cause di queste situazioni vanno ricercate più a fondo e si annidano ben oltre la presunta cupidigia di eventuali artisti ed organizzatori.

Oggi però, facciamo tacere le polemiche, e lasciamo che a cantare sia il suono delle chitarre degli Iron Maiden (e dei loro opening act Trivium), per i quali quest’oggi, siamo tutti accorsi presso lo stadio di San Siro.

L’esercito dei Maiden’s fans comincia a radunarsi nei paraggi dell’impianto sportivo già dalle prime ore del pomeriggio, e nonostante manchi ancora del tempo all’apertura dei cancelli, ci sono già dei coraggiosi che, non curanti delle temperature torride, sono posizionati davanti agli ingressi della zona prato per accaparrarsi il posto nelle primissime file. Una tenacia, da parte di questi fan, sicuramente ammirevole, ma che personalmente, non mi ha mai visto partecipe, neanche negli anni della giuventù. Durante la mia lunga carriera concertistica, ho sempre preferito attendere l’apertura dei varchi, in compagnia di un paio di birre, in certe occasioni ingurgitate a fiumi, in altre, come oggi, in quantità più modeste.

Attorno allo stadio si vedono fan di tutte le età e di tutti i tipi. La maggior parte con indosso semplicemente una t-shirt dei Maiden, anche se non mancano quelle dei più svariati gruppi o dei vari festival europei. Può capitare di imbattersi poi in bikers fasciati di pelle, death/blackster nerovestisti, gente in giacca appena uscita dall’ufficio, o qualcun’altro con sobrie canotte e camicette, certamente più adatte al clima estivo della giornata odierna. Anche la fascia di età è molto varia, con una buona quantità di persone un po’ attempate, una certa percentuale di giovani leve, fino ad arrivare ad autentici residuati bellici degli anni 80 e 90 con indosso magliette ormai scolorite dei tour passati dei Maiden.

Tutti quanti si aggirano all’esterno dello stadio passando il tempo nei modi più disparati. Certi provano a ripararsi dalla calura nelle poche zone d’ombra. Altri si alternano presso i punti di merchandising sparsi lungo il piazzale, dove le magliette dedicate specificatamente alla data milanese sono già esaurite nelle prime ore del pomeriggio. Altri ancora si rifocillano presso i numerosi chioschi di bevande e panini, dai quali vengono sparate senza sosta le note delle varie “The Trooper”, “Can I Play With Madness” e “Running Free”.

Trivium

Alle 19-30 i Trivium salgono on stage aprendo il loro set con le note potenti di “Pull Harder on the Strings of Your Martyr”. Molta gente deve ancora entrare, ma sotto il palco si è già radunata una buona folla intenta a seguire l’esibizione di Matt Heafy e soci. I suoni sono abbastanza buoni, nonostante i volumi tendano ad essere un po’ bassi. Una condizione questa che, un po’ da sempre, pare essere lo scotto da pagare per quasi tutti i gruppi di supporto.
L’ubicazione dello stage lungo la tribuna, invece che a ridosso di una delle due curve dell’impianto, permette una buona visuale da ogni angolazione, compreso a chi è posizionato nelle ultime file.

La band, on stage, è molto attiva ed il pubblico risponde in modo partecipe, specie nella parte centrale sotto al palco. D’altronde, i Trivium sono già noti ai fan dei Maiden, avendo anche in passato fatto da supporto ad alcuni tour della Vergine di Ferro. Non sono pochi infatti, quelli che vedono ne i Trivium, un nome molto più azzeccato per aprire la serata, rispetto agli Avatar – visti di spalla agli Iron Maiden l’anno scorso –, i quali potrebbero essere più apprezzati dai fan più giovani, ma meno da quelli di vecchio corso.

Dopo la prima manciata di brani, Heafy rivolge un saluto ai presenti in un italiano semplice ma con una pronuncia abbastanza corretta, per poi procedere con l’esecuzione di “Down From the Sky” ed “Until the World Goes Cold”. La scaletta cerca di pescare da tutti gli album pubblicati dal combo di Orlando, ma i tempi ridotti obbligano il quartetto ad una setlist abbastanza riassuntiva, sacrificando così qualche titolo. Per le ultime battute Heafy prova a chiedere ai fan di dare vita ad un moshpit, che però non riesce a prendere forma. Questo non scoraggia comunque la band, che procede spedita con il rush finale composto da “The Heart From Your Hate” ed “In Waves”.
Terminata la loro esibizione, i Trivium si concedono un ultimo saluto ai fan prima di avviarsi dietro le quinte per cedere il posto al pezzo forte della serata.

Intanto la gente è quasi completamente affluita all’interno dello stadio, che nonostante alcuni spazi vuoti, specie nelle tribune laterali al palco, offre un buon colpo d’occhio. Si parla infatti di 40.000 presenze, un record per i concerti tenuti dagli Iron Maiden in Italia. Nella zona prato, per quanto gremita, si possono intravvedere alcune aree meno affollate, situazione dovuta probabilmente a questioni di sicurezza, con normative che impediscono di riempire gli spazi in ogni ordine di posto, come già visto in occasione del concerto dei Metallica a Bologna. Una circostanza che permette di raggiungere comodamente anche le postazioni abbastanza vicine al palco e poter assistere al meglio allo spettacolo.

Iron Maiden

Mancano pochi minuti alle 21-00 quando dalle casse del palco viene irradiata “Doctor Doctor”, storico cavallo di battaglia degli UFO, utilizzato dai Maiden come chiamata a raccolta per il proprio popolo e divenuto ormai un classico dei loro concerti. E mentre i fan già posizionati iniziano a cantarne le strofe accompagnate da un ritmato battimani, i ritardatari si affrettano a raggiungere i loro posti. Chi è ancora fuori accelera il passo per entrare. Quelli al chiosco afferrano le birre e si precipitano verso la zona concerto, mentre dai bagni esce gente di corsa ancora indaffarata a riallacciarsi i pantaloni.

Gli Iron Maiden stanno per arrivare, e nessuno vuole perdere nemmeno un secondo del loro spettacolo.

L’adrenalina sale ulteriore quando parte l’intro “Ides of March”, con lo schermo a fondo palco che proietta le immagini dei tetri vicoli londinesi, dove si riconoscono vari nomi e riferimenti alla storia dei Maiden, come il Ruskin Arms e Acacia Avenue.

Il palco è ancora vuoto quando le prime note pacate di “Murders in the Rue Morgue” riempiono l’aria di un Meazza in trepidante attesa, con Simon Dawson che prende posto dietro ai tamburi. Poi la rullata di batteria accompagna l’ingresso in scena del resto della band, facendo esplodere il brano, con tutto lo stadio che si unisce in un unico boato. Ora i Maiden sono davanti al loro pubblico, e l’ebbrezza del momento travolge chiunque, dai neofiti ai fan di lunga data che li hanno visti già svariate volte.

Le precise note di basso scandite da Steve Harris e gli urli lancinanti di Bruce Dickinson introducono “Killers”, durante la quale fa una sua prima apparizione un minaccioso Eddie che, mannaia alla mano, ammonisce gli estasiati presenti per poi inscenare il suo solito bisticcio con Janick Gers. I Maiden non concedono tregua, e si procede a pieno regime prima con l’antica “Phantom of the Opera”, seguita poi dal grande classico “The Number of the Beast”. La band, sul palco, conserva ancora la forza di sempre, e nonostante qualche capello bianco in testa a qualcuno, e la trippetta sotto la maglia di qualcun’altro, non sembra essere cambiata più di tanto nel corso anni. Steve Harris continua ad essere il direttore dell’orchestra Iron Maiden martellando incessantemente le corde del suo basso. Dave Murray, con il suo atteggiamento da pacioccone, se la spassa sorridente tra riff ed assoli. Adrian Smith sempre con quella sua compostezza tipicamente britannica. Janick Gers a fare le sue solite pose e piroette da giocoliere della chitarra. E Bruce Dickinson che si riconferma il carismatico frontman di sempre. Quello che può comunicare contemporaneamente con migliaia di persone, oppure fissare negli occhi un singolo spettatore a sua scelta. Per non parlare della sua prestazione vocale. A 67 anni, reduce anche da un tumore, è ancora in grado di effettuare prestazioni di questo livello. Basterebbe citare la sua prova su “Seventh Son of a Seventh Son”, dove è stato capace di tenere la nota per oltre venti secondi senza alcuna difficoltà apparente.
Ovviamente mancano smorfie, i balletti ma soprattutto le rullate ed i fill dell’istrionico Nicko McBrain. Ora al suo posto c’è Simon Dawson, che dopo aver ricevuto la benedizione dallo stesso Nicko, ha l’onore e l’onere di dare il suo contributo alla causa dei Maiden. Certo Dawson è più lineare e meno istintivo di McBrain, volte, sentendo il peso della responsabilità, tende ad essere troppo impostato, sacrificando così, un pizzico di creatività che non guasta mai. Nonostante tutto, svolge comunque il suo lavoro in modo impeccabile, e rispetto al tour dello scorso anno pare aver comunque acquistato maggior sicurezza.
I volumi sono stati incrementati rispetto all’esibizione dei Trivium, ed i suoni sono molto soddisfacenti. In tal senso, uno spazio come lo stadio Meazza, si presenta molto bene ad ospitare eventi live di questa portata. Sicuramente molto meglio di altre aree più dispersive, dove la resa sonora può uscirne fortemente penalizzata.

Dopo aver pungolato il pubblico delle tribune, a suo dire troppo spento, Dickinson rivolge i saluti ai fan presenti. L’acustica dello stadio amplifica notevolmente la sua voce, suscitando una certa suggestione nel sentire le sue parole riecheggiare imponenti in ogni angolo dell’impianto. Il cantante afferma che per lui ed i suoi compagni, esibirsi in una struttura come lo stadio Meazza sia un sogno che si realizza, approfittando così per presentare “Infinite Dreams”, l’unica vera sorpresa nella setlist di questo tour. Il brano infatti, mancava dalle scalette da svariati anni, e viene accolto dal pubblico con grande entusiasmo.
Uno dei punti di forza di questo tour è senz’altro la scenografia: Dopo aver utilizzato per anni enormi teli dipinti, la band ha recentemente adottato un colossale schermo LED di ultima generazione. Questa tecnologia proietta immagini spettacolari, aggiungendo ulteriore teatralità ai loro show . Particolarmente suggestive sono le proiezioni durante “Powerslave”, con un imponente Eddie in versione sfinge che sembra uscire dallo schermo come se fosse davvero una delle monumentali strutture della piana di Giza. Non sono da meno le grafiche di “Rime of the Ancient Mariner”, dove spettrali fantasmi di marinai accompagnano le varie fasi del brano.
Su “The Trooper”, Bruce Dickinson omaggia i fan italiani esibendo una bandiera tricolore accanto alle Union Jack che ormai fanno parte del contorno dello storico brano, mentre Eddie abbigliato fa una nuova comparsa sul palco aabigliato in uniforme ottocentesca.
Il pubblico è ormai in completo visibilio, tanto che su “Run to the Hills” si creano ben due zone di pogo.
I rintocchi funebri di una campana fanno da preludio ad “Hallowed Be Thy Name”, dove lo schermo al LED torna protagonista proiettando l’immagine di un Dickinson virtuale che tenta di sfuggire dalla morte fino a precipitare nel vuoto. Sfumata questa proiezione, riappare sul palco il Dickinson reale con un atteggiamento trionfale di chi è riuscito a beffare la triste mietitrice.
Sulle note di “Iron Maiden”, con un mastodontico Eddie che viene trasmesso sullo schermo alle spalle della band, si chiude la prima parte del concerto. E mentre la band va a ricaricare le batterie dietro le quinte, la folla resta in attesa del già programmato bis che segnerà l’epilogo della serata.

Il tempo di una breve pausa ed i Maiden tornano per le battute conclusive, “Aces High” riaccende l’entusiasmo dei fan, mentre lo schermo proietta scene di acrobatici duelli aerei. Poi ancora, “Fear of the Dark”, con le luci dei cellulari che si illuminano lungo tutto il perimetro dello stadio San Siro. Infine “Wasted Years” che conclude il concerto spinta dai cori e battimani dei presenti. Alle 23-00, dopo due ore di spettacolo, i Maiden si congedano dal pubblico di San Siro, che inizia lentamente a defluire dall’impianto. I commenti sono per lo più di soddisfazione. Un po’ meno magari,, quelli di chi era sistemato sul terzo anello, dove l’acustica non pareva essere delle migliori, e la posizione era un po’ troppo distante dal palco.
Molti fanno già previsioni sul prossimo tour, ipotizzando un nuovo album oppure una versione itinerante dell’Eddfest.
Sicuramente una serata che ha confermato come gli Iron Maiden siano una vera macchina da palcoscenico, riuscendo a cinquant’anni di carriera, ad essere ancora un catalizzatore per vecchie e nuove generazioni come pochi altri.

Se proprio vogliamo fare qualche appunto, verrebbe da menzionare una certa staticità della scaletta che, a parte l’inclusione di “Infinite Dreams”, è rimasta la medesima dello scorso anno. Inoltre, nonostante questo sia un tour celebrativo dei primi nove album, pare proprio non esserci posto per “No Prayer For the Dlying”, che anche per questa volta viene escluso dalla setlist senza troppi complimenti. Un ultima considerazione poi, vorrei farla riguardo all’Eddie virtuale apparso durante l’esecuzione del brano “Iron Maiden”. Nonostante dalla posizione più vicina al palco di quest’anno, ne abbia apprezzato maggiormente i dettagli e l’accuratezza, mi manca un po’ il vecchio testone di cartapesta che per anni sbucava da dietro la batteria. Un’ immagine iconica, magari meno tecnologica e con delle movenze a volte un po’ goffe, ma che segnava l’apice del concerto degli Iron Maiden. L’attuale Eddie riprodotto con la tecnica al LED, per quanto più accurato, pare essere diventato solo uno dei tanti episodi dello show, che rischia di risultare inflazionato dai sofisticati effetti scenici presenti su quasi ogni canzone.
Ma forse è il segno dei tempi ed è destino che debba andare così.

Sicuramente, gli Iron Maiden rimangono una garanzia dal vivo, che lascia difficilmente l’amaro in bocca, riuscendo ad essere ancora uno dei pochi nomi sempreverdi del panorama musicale. Certo che anche per loro gli anni sul groppone si stanno accumulando, McBrain ha chiuso da più di un anno i luoghi tour, ed anche se in casa Maiden nessuno vuole parlare di pensionamento, un giorno sappiamo tutti, questo dovrà per forza arrivare. Che sia tra cinque, dieci anni o un po’ più in là nel tempo al momento non ha importanza: perché finché troveremo di fronte a noi una band con questa grinta e questa credibilità, sarà sempre un piacere poter vederli all’opera. Magari per l’ennesima volta. Magari anche bestemmiando un po’ per il prezzo del biglietto. Ma almeno ce li saremo goduti fino alla fine.

Perciò, ancora una volta UP THE IRONS!!!!