Live Report: Social Distortion + Giuda @ Kozel Carroponte, Milano – 23.06.2026

Milano, 23 giugno: l’aria al Carroponte è rovente, pronta ad accogliere i Social Distortion dopo quattro anni dalla loro ultima apparizione nel nostro Paese.
In apertura i romani Giuda: il livello di coinvolgimento è alto e la qualità non è da meno. Le radici glam rock anni ’70 si mescolano a quelle del tipico punk rock: quattro dischi in studio all’attivo, suonano diversi brani come Roll The Balls, Watch Your Step e Wild Tiger Woman; il pubblico le conosce e le canta tra una birra e l’altra e di certo non c’è da stupirsene. La gente del punk rock è proprio questa: una scena fatta di musicisti e appassionati quasi devoti, fedeli e curiosi al punto da non dare mai niente per scontato, a maggior ragione i gruppi d’apertura.
Sono le 22 quando nell’aria risuona Rebel Rebel di David Bowie: è così che i Social Distortion fanno il loro ingresso sul palco. Nonostante i problemi di salute degli ultimi anni, Mike Ness sembra in gran forma: saluta il pubblico, imbraccia la sua Gibson e inizia lo show su Born To Kill, title track dell’ultimo disco della band, l’ottavo della loro carriera, uscito lo scorso maggio per Epitaph Records.
Dopo il salto nel passato con Untitled è la volta dei cori da stadio su Tonight e Sometimes I Do, seguite da No Way Out. Il rullante di The Creeps è lì pronto a dettare il tempo e scandire i ritmi della serata e subito dopo c’è del movimento nel pubblico su Mommy’s Little Monster. Qualcuno balla, qualcuno alza le birre al cielo, qualcun altro abbraccia gli amici cantando: alla base dei concerti dei Social Distortion forse c’è proprio tutto questo; non il caos del pogo, ma la celebrazione di un rituale collettivo condiviso.
“Sono passati quattro anni! Sapete, negli Stati Uniti le cose fanno schifo ultimamente”. Mike Ness non si risparmia e ammette “mi trasferirei volentieri qui ma non in città, magari in campagna, a coltivare pomodori” e, per com’è che va il mondo, credo non potremmo che essere tutti d’accordo. “Siamo tutti qui per lasciare i problemi a casa per un po’, giusto?” e così arriva Far Side of Nowhere, seguita dalla nostalgica The Way Things Were – cantata da almeno tre generazioni diverse di fan, e dalla scanzonata Partners In Crime.
La scaletta però non lascia spazio solo alle nuove: è il momento di Ball and Chain e la festa sembra farsi ancor più grande e bella. Si alternano pezzi del disco omonimo come Story Of My Life a quelli di White Light White Heat White Trash come Through These Eyes senza dimenticare Reach For The Sky da Sex, Love And Rock’N’Roll.
La chiusura è affidata a Dear Lover e alla sempre più attuale Don’t Drag Me Down, dedicata alla Casa Bianca che distrugge tutto ciò che tocca: i volumi, per tutta la durata del set, purtroppo risultano non poi così alti soprattutto sulla voce stessa, eppure questo non ferma nessuno dal far festa. I Social Distortion sono decisamente in forma nonostante qualche pausa qui e là, ma viste le circostanze se la cavano ancora benissimo: non vediamo l’ora di ripeterci al prossimo tour, consapevoli che niente di tutto questo sarà cambiato.