Recensione: Untitled

Di Abbadon - 1 Luglio 2003 - 0:00
Untitled
Band: Led Zeppelin
Etichetta:
Genere:
Anno: 1971
Nazione:
Scopri tutti i dettagli dell'album
100

Led Zeppelin, o Untitled, o Led Zeppelin IV (come preferite voi), è il disco che completa l’enorme, fondamentale quartetto di produzioni “untitled” di Robert Plant e soci. Questo album esce l’8 novembre 1971 ed è il quarto lavoro di una band che aveva solo 3 anni di vita ma che sembrava averne trenta, per l’enorme e forse anche impensato successo che aveva riscosso dai primi “Led Zeppelin”  , “Led Zeppelin II”, e “Led Zeppelin III”. Tenere questo ritmo produttivo è una cosa che può stroncare chiunque, ma Jimmy Page e gli altri non solo continuano a mantenere altissimo, se non improponibile (si salvano solo i mostri sacri di quel tempo come Deep Purple, Uriah Heep, e quasi nessun altro), il livello qualitativo delle loro produzioni, ma, almeno a mio avviso, lo migliorano ulteriormente, facendo di questo Untitled il picco massimo della loro carriera (cosa su cui è lecito dibattere, visto l’elevatissima classe dei 3 dischi precedenti), e creando tra le altre cose il loro disco a me più gradito.
Solo la qualità dell’artwork basterebbe a far capire cosa si cela dietro Untitled. L’incredibile assenza del titolo del disco, che porta tutti a chiamarlo o Untitled o Led Zeppelin 4. Quella copertina grigia, screpolata. Quel quadro rappresentante un vecchio piegato sotto il peso dell’età e delle frasche, che trasporta su di un prato verde, dipinto statico ma che trasmette calore e volendo anche una incredibile sensazione di vitalità. Questi temi artistici celano qualcosa che io ho interpretato come la natura che cambia, la stanchezza che avanza, ma tutto sommato la voglia di andare avanti e non arrendersi mai (il vecchio che si piega ma continua a portare le sue frasche come probabilmente faceva da giovane). Questi, uniti ai particolari dalla doppia interpretazione, che contrastano incrediblmente tra di loro (il grigio col verde ad esempio), fanno dell’artwork un vero e proprio gioiello.

Dopo aver ammirato la copertina conviene però aprire la confezione e infilare il cd in un qualsiasi lettore per vedere se effettivamente vale la pena di ascoltarlo. Ne vale la pena, sicuramente. Infatti ci troviamo davanti a un mix di otto tracce che spaziano in tutto quello che possa contenere un repertorio rock, rock alla Led Zeppelin ovviamente, sempre così particolare e sempre così diverso nello stile (non dico migliore, dico solo diverso) rispetto a quello delle altre star del genere che già c’erano e che si sarebbero formate da lì a pochi anni. Infatti passiamo da vere e proprie rock-song , a ballad con la B maiuscola, a canzoni che sembra siano tutto tranne che attinenti alla scena del genere, ed eppure ne sono indissolubilmente legate. Sulla tecnica vocale e musicale del quartetto nemmeno mi esprimo, basti sapere che Robert, Jimmy e i due John sono impeccabili in tutti i frangenti esecutivi, e chi li conosce sa cosa questo comporta.

Bene, parte la musica e ci si para subito davanti “Black Dog”. Un appena percettibile attacco strumentale ci porta al cantato di Plant, che si alterna con le parti strumentali che intonano un mid tempo di grande carisma e scorrevolezza. Eccellente anche il risultato quando voce e strumenti si uniscono in un tutt’uno (anche se accade di rado) davvero più che pregevole. Si sente subito anche la carica psicologica che la canzone esercita sull’ascoltatore (gli urletti di Plant ne sono solo l’aspetto più immediato). Nel complesso grande opener, che dopo quasi 5 minuti lascia posto a un drumming che inizia una vera propria cavalcata all’insegna del Rock and Roll, cavalcata che ovviamente non poteva avere altro titolo all’infuori di “Rock and Roll”. Indiavolati il basso e la batteria, che, accompagnati da una chitarra molto rifinitrice, trainano l’ascoltatore nel vero spirito dei Sixtees e Seventies , quello che prevede sballo e divertimento come prima ragion d’essere. Altro giro ed altro regalo con la splendida e inquietante “Battle of Evermore”. Benchè le sonorità delle corde della guitar di Page (unico strumento musicale presente nella song) siano tutt’altro che pesanti, nel loro susseguirsi creano una atmosfera molto particolare, che non lascia sicuramente indifferenti. Il ritmo è sostenuto, e Plant lo accompagna magistralmente, per un altro pezzo davvero eccellente. Poche righe sopra parlavo di ballad con la B maiuscola. Ecco, il momento di tale ballad è arrivato, e adesso bisogna veramente mettersi una mano sul cuore, chiudere gli occhi ed ascoltarla, questa “Stairway to Heaven”. Canzone da alcuni criticatissima, per i presunti messaggi subliminali in essa contenuti, io dico che invece di ascoltare certe song al contrario è meglio lasciar perdere certe voci (che possono anche essere vere, ma chissenefrega), e semplicemente sognare ad occhi aperti. Gli arpeggi sono da pelle d’oca, così come gli accompagnamenti e le rifiniture sonore usate sono da brivido. Plant interpreta benissimo il cantato, e batteria e basso sono molto positivi. Il risultato è incommentabile, se non per dire che ci troviamo dinanzi probabilmente alla migliore ballata degli anni ’70, anche se non si tratta di una vera e propria ballad in senso stretto (quantomeno non una canonica),  e ad una delle prime cinque/sei di tutti i tempi. Passati i quasi otto minuti di Stairway torniamo al mid tempo, specificatamente quello di “Misty Mountain Hop”, canzone allegra e molto ascoltabile, anche se a mio avviso un pò ripetitiva, cosa che la pone forse un pochino sotto l’eccellenza assoluta. Intendiamoci, è davvero bella e se vogliamo pure originale nella sua come detto ripetitività, ma preferisco le prime quattro tracks. Posso fare più o meno lo stesso discorso per la successiva “Four Sticks”, altra gran canzone penalizzata da una composizione che secondo me poteva essere decisamente più estrosa e particolare. Nulla da dire sull’esecuzione delle trame musicali, impeccabili tecnicamente parlando. Untitled IV ritorna a rombare a pieni giri con la stupenda “Going to California”, famosissima ed inconfondile. Penso che pochi non l’abbiano sentita, e ancora meno l’abbiano sentita senza davvero pensare a un viaggio nella terra desiderata, in cerca di pace, avventura, cose nuove da scoprire. Going to California contiene inoltre per me, assieme a quello di “The battle of Evermore”, il miglior lavoro chitarristico di un Jimmy Page molto tranquillo ma preciso ed eccezionale come sempre. La chiusura di questa produzione è affidata a “When the Levee Breaks”, traccia che fa molto country nella sua composizione, e che risulta davvero eccellente in tutti i suoi spezzoni melodici e lirici.

E’ finita. Mi resta solo da dire che da quando questo questo album vide la luce, era scritto che avrebbe dovuto prendere 100 su questa recensione, e che chiunque non abbia mai sentito Led Zeppelin IV (e questo discorso vale anche per tutti i dischi dei Led Zeppelin precedenti a questo), deve farlo subito, semplicemente perchè è un delitto non sentire almeno una volta un lavoro che ha cambiato il modo di fare musica, ed è stato culto ed ispirazione per la maggior parte delle band che sarebbero entrate alla ribalta una decina abbondante di anni dopo, sull’onda dell’Heavy Metal.

Riccardo “Abbadon” Mezzera

Tracklist :
1) Black Dog
2) Rock And Roll
3) The Battle of Evermore
4) Stairway to Heaven
5) Misty Mountain Hop
6) Four Sticks
7) Going to California
8) When the levee Breaks

Ultimi album di Led Zeppelin

Band: Led Zeppelin
Genere:
Anno: 1976
74
Band: Led Zeppelin
Genere:
Anno: 1971
100
Band: Led Zeppelin
Genere:
Anno: 1969
92