Qualcosa, nei The Flower Kings, sta cambiando. Dagli esordi a oggi la band ha sempre sperimentato, questo è indubbio. A volte ha spinto maggiormente sulla componente rock, altre volte ha costruito concept album lunghi, complessi e non sempre di facile assimilazione, come “Paradox Hotel”. In altri casi ha scelto una maggiore immediatezza, come in “The Rainmaker”, oppure ha raggiunto vette compositive altissime, come in “The Sum of No Evil”. Ci sono stati poi lavori nei quali emergeva maggiormente una sorta di esercizio di stile, come “Adam & Eve” o “Waiting for Miracles” e altri ancora dominati da visioni e magia come “Back in the World of Adventures”.
Senza trasformare questa recensione in una retrospettiva discografica di una delle band più importanti della storia contemporanea del progressive rock, “Hope” mette però in evidenza una nuova sfumatura del loro linguaggio. Possiamo quasi immaginarlo come tre dischi racchiusi in uno. Da una parte troviamo la suite “World Spinning – The Final Curtain”, articolata in cinque atti; al centro i due brani “In a World of Fools” e “Mars & Minerva”; infine la seconda grande suite “The Gods of Rome”, suddivisa addirittura in sette atti.
È soprattutto la prima parte a risultare destabilizzante. Qui il modo con cui i The Flower Kings affrontano lo sfoggio delle proprie abilità tecniche, quell’“esercizio di stile” citato poco sopra emerge in maniera particolarmente marcata e, per certi versi, finisce quasi per stonare (mi si passi il termine) con ciò che siamo abituati ad associare alla band. La loro enorme preparazione musicale, infatti, è sempre stata principalmente al servizio dell’emozione; qui invece si trasforma più apertamente in teatralità, talvolta anche piuttosto complessa.
In questi passaggi i The Flower Kings risultano meno riconoscibili nella loro forma classica e più simili a grandi maestri di musica interessati alla costruzione scenica e narrativa più che alla forma canzone vera e propria.
Dal secondo brano in avanti però, il gruppo torna progressivamente su territori più familiari, più vicini ai The Flower Kings "old-school", fino a sfumare nuovamente nella suite finale verso alcune delle soluzioni di songwriting più ricercate della loro discografia. Qui emergono frammenti magnifici di un sound capace quasi di raccogliere e collegare tutte le diverse anime attraversate dalla band nel corso degli anni. C’è quello spirito sospeso tra "scherzo e poesia" caratteristico di un certo progressive che Roine Stolt e compagni hanno sempre saputo manipolare con enorme naturalezza. Allo stesso tempo compaiono passaggi tecnicamente molto elaborati ed è proprio questo elemento a creare il collegamento con l’inizio del disco.
Quella prima sezione, inizialmente percepita come apparentemente distante dall’anima storica della band, finisce quindi per assumere un senso più preciso nel quadro generale. È qui che “Hope” trova la propria coerenza e smette di apparire come un lavoro disconnesso anche se a un primo ascolto potrebbe dare proprio questa impressione.
“Hope” non è tanto un disco di personalità quanto un disco di grandissimo stile. È quasi un collage di tutto ciò che i The Flower Kings sanno fare meglio, costruito però con un approccio che, in alcuni momenti, può ricordare persino quello dei Queen: "Art Rock e Progressive Rock" si incontrano con grande eleganza, mentre le strutture dei brani riescono a raccontare musicalmente il costo dell’ambizione umana, la ricerca sfrenata di potere e ricchezza e i conflitti che inevitabilmente ne derivano. Da questo punto di vista, il concept funziona molto bene.
Naturalmente è sempre difficile esprimersi in maniera definitiva su una band di questa importanza e con una discografia tanto vasta. Personalmente, l’unico elemento che continua a lasciarmi qualche dubbio riguarda proprio la prima suite. Non tanto per come è stata costruita, perché tecnicamente e compositivamente il livello è altissimo, quanto perché in alcuni momenti faccio davvero fatica a riconoscervi fino in fondo i The Flower Kings.
Ed è forse proprio questo il punto più interessante di “Hope”: capire se quella prima parte rappresenti il segnale di un cambiamento sostanziale destinato a svilupparsi nei prossimi lavori oppure semplicemente un nuovo modo di affrontare la narrazione, non più attraverso un tono stilisticamente coerente dall’inizio alla fine, ma tramite un approccio molto più teatrale e cangiante.
In ogni caso, resta un disco di livello superiore. Come, del resto, questa band ci ha abituato quasi sempre a pretendere.