Una partenza dolce, intrisa di malinconia e nostalgia, apre il nuovo disco della one man band Marea, "A Caress of Autumn for All the Lost" e introduce subito quello che, a nostro avviso, è uno dei suoi vertici assoluti: “The Beauty of Broken Things”. E non parliamo soltanto di musica scritta e arrangiata con grande cura, ma anche di un lavoro alle sei corde capace di mostrare sensibilità e soprattutto intensità, con assoli realmente sentiti ed emozionanti.
Il disco si muove costantemente tra disperazione e atmosfera, alternando passaggi più profondamente oscuri ad altri di grande respiro emotivo. Senza voler chiamare in causa nomi o paragoni che finirebbero soltanto per limitarne la personalità, va detto che qui Matteo Balzarini, insieme ad Alessandro Mori alla batteria e Carlo Meroni alle tastiere, costruisce ambienti sonori densi, intensi, capaci di comunicare qualcosa di autentico. Quello che, senza troppi giri di parole, ci piace ancora definire arte: una qualità tutt’altro che scontata, soprattutto oggi.
Volendo inquadrare stilisticamente la proposta, si potrebbe parlare di un doom contaminato da elementi black e atmospheric black, con qualche sfumatura shoegaze qua e là. Ma le etichette, in questo caso, servono relativamente: tutto converge verso un unico obiettivo, quello di trasmettere sensazioni.
Perfettamente funzionale anche la produzione, potente e ben bilanciata, pulita quanto basta ma mai eccessivamente levigata. Una maggiore lucidità avrebbe probabilmente finito per snaturare proprio quelle imperfezioni e quelle sfumature necessarie a far emergere sofferenza, tensione e malinconia. Ad arricchire ulteriormente il lavoro c’è anche l’utilizzo alternato di inglese e italiano, elemento tutt’altro che secondario. Il messaggio lirico è infatti inscindibile dalla componente musicale e contribuisce in maniera determinante alla forza comunicativa dell’album.
I testi ruotano soprattutto attorno a dolore, rimorso, perdita e desiderio di liberazione. L’autunno, il crepuscolo, il mare e la pioggia diventano immagini di una condizione interiore segnata da fallimenti, solitudine e senso di colpa. Con il procedere dei brani emerge poi una componente più spirituale e trascendente: il corpo viene quasi percepito come una prigione, mentre la mente diventa il luogo della paranoia, degli incubi e della sofferenza.
Il punto di arrivo sembra essere proprio il superamento dell’io e della realtà terrena, alla ricerca di una forma di pace e distacco. In questo senso, la bellezza di “For All the Lost” riesce forse a spiegare più di qualunque parola.
In definitiva, il progetto Marea continua a crescere disco dopo disco. Personalmente seguo la band dagli esordi e, da “The Silence of Rust”, passando per lo straordinario EP “Adrift”, Matteo Balzarini ha saputo rendere sempre più efficace la propria capacità di trasformare emozioni e stati d’animo in musica. Quelle vere sensazioni che soltanto la musica riesce a generare, a patto che chi la compone possieda davvero qualcosa da comunicare. E qui l’obiettivo è centrato in pieno.