Recensione: A Fate Unbroken

Di Stefano Usardi - 23 Novembre 2022 - 10:00
A Fate Unbroken
Band: Ninth Realm
Etichetta: Mercenary Press
Genere: Crossover  Thrash 
Anno: 2022
Nazione:
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70

Una copertina cafonissima ma anche spettacolarmente heroic fantasy (che, inutile dire, mi ha comprato immediatamente) introduce “A Fate Unbroken”, debutto degli americani Ninth Realm. Il quintetto del Maryland propone un bellicoso e rombante ibrido tra un robusto thrash metal tinteggiato di “nero” e l’heavy classico. Per circostanziare maggiormente la ricetta dei nostri prendete i Power Trip e mescolateci qualche iniezione più enfatica mutuata dalla scena NWOTHM, dopodiché condite il tutto con un immaginario che pesca a piene mani dal genere sword & sorcery più arcigno e sanguinoso e un’attitudine che ricorda per certi versi quella digrignante dei Cro–Mags. Il risultato è un metallo corposo, sfacciato e veemente, che fa delle sfuriate dal retrogusto death il suo marchio distintivo – coadiuvato anche dal cantato feroce di Ben e dalla produzione bella grossa – ma che al tempo stesso si screzia di melodie maschie per ottenere uno spessore al tempo stesso maligno ed epicheggiante. A dirla tutta, la componente epica risulta decisamente minoritaria nell’economia del gruppo – che passa la maggior parte del suo tempo a tessere trame sonore laceranti e dall’intenso groove – ma va detto che, al netto di una certa uniformità che rischia di impantanare la parte centrale della scaletta e una voce forse troppo irruenta, la resa finale è giustamente intimidatoria e più strutturata di quanto si potrebbe pensare ad un primo ascolto.

Dopo l’intro di atmosferica ordinanza che ci spalanca le porte del regno fantasy di Tythorin si passa subito alle cose serie con l’arcigna “Plea to the Heavens”, la cui apertura drammatica cede il passo a una sventagliata dal retrogusto slayeriano per poi acclimatarsi su un andamento scandito e maligno. C’è anche tempo per una breve sezione dal respiro esotico, prima di tornare a picchiare per un finale sferzante. Si prosegue con “Witches Choir”, che dopo una partenza all’arma bianca toglie il piede dall’acceleratore per esplorare territori più limacciosi, dispensando comunque la giusta dose di mazzate. “Ondreis” mi mantiene sulle stesse coordinate della traccia precedente giocando con ritmi quadrati, chitarre croccanti e melodie maligne interrotte sporadicamente da fraseggi dal profumo eroico e pensoso. Anche “Evoke thy Wrath” si concentra su un groove malevolo e scandito, screziato però da sporadiche accelerazioni che ne smorzano la monotonia nella parte centrale, mentre “Armageddon’s Howl”, dopo aver giocato la carta dell’atmosfera nell’intro effettata, torna alle consuete mazzate. I ritmi si fanno galoppanti, frenetici, anche se non mancano i rallentamenti per tornare alle velocità che ai nostri, a quanto pare, piacciono di più (si veda ad esempio il finale). L’apertura vagamente eroica di “The Burning Wanderer” introduce un’atmosfera nuova nel pezzo, che nonostante le sezioni più violente che lo punteggiano torna a mescolare le carte, giocando con melodie al tempo stesso sanguigne e trionfali che si rimpallano il centro della scena. La successiva “Eternal Lance” rappresenta una mosca bianca nell’economia di “A Fate Unbroken”: fin da subito si percepisce un intenso profumo di U.S. Power, che si screzia di venature heavy rock ma sempre marcato stretto da un cantato fin troppo abrasivo, anche se devo ammettere di averne apprezzato l’inserimento apparentemente fuori contesto per via del suo fare sborone e coinvolgente. Chiude “A Fate Unbroken” la title track, forse la mia preferita del lotto e sicuramente quella che più di ogni altra punta sull’enfasi declamatoria dell’heavy classico: la canzone si muove sui soliti ritmi scanditi e li guarnisce di melodie maestose, andando in all–in con l’ingresso in scena della voce femminile che, se da un lato appare un po’ ridondante, dall’altro impenna la maestosità del pezzo fino al finale dissonante e chiude “A Fate Unbroken” con la giusta dose di enfasi dopo una mezz’ora di martellate.

A Fate Unbroken” è un bel debutto: i Ninth Realm riescono a stemperare gli immancabili rimandi ai propri numi tutelari con qualcosa di più personale e danno vita a un lavoro grezzo, viscerale, con delle belle fiammate a guarnire il tutto e un’attitudine appassionata e propositiva che di certo farà la felicità degli amanti di certe sonorità.

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