Recensione: A Pound of Feathers

Di Valeria Campagnale - 13 Marzo 2026 - 9:00
A Pound of Feathers
80

Il mio interesse per i The Black Crowes sbocciò sin dagli esordi con l’ascolto di “The Southern Harmony and Musical Companion“, un disco che ha saputo fondere le radici del rock blues con la sensibilità contemporanea degli anni novanta. Un’ammirazione confermata dai concerti a cui ho assistito: un’esperienza ogni volta impeccabile, dove il suono usciva perfetto, denso e vibrante, a riprova di una caratura tecnica che dal vivo non teme confronti.
Dal primo album, la band non si è mai distaccata da questo sound, i fratelli Robinson di fatto, hanno mantenuto intatta quell’alchimia fatta di riff sporchi, groove trascinanti e un’anima profondamente soul fino ad arrivare al nuovo album “A Pound of Feathers” che riprende proprio la ruvidità degli esordi.
L’album prende il largo con l’energia graffiante di “Profane Prophecy”, un brano dall’anima funky e sfrontata che solo l’intesa tra Chris e Rich Robinson potrebbe rendere così vibrante. Le frequenze sature e il groove trascinante impostano immediatamente il tono dell’album: un ritorno alle origini che sa di rinascita, riportando al centro della scena l’urgenza di una musica suonata col cuore.
Segue “Cruel Streak” che non si discosta molto dal pezzo iniziale, la verve rimane marcata e funky, con un ritornello trascinante che sembra scritto apposta per esplodere nella dimensione live, un pezzo che non concede tregua e che conferma la capacità dei fratelli Robinson di scrivere inni rock destinati a durare nel tempo.
Se l’apertura del disco è una scarica di adrenalina, “Pharmacy Chronicles” ne rappresenta il baricentro emotivo. Il suo andamento introspettivo funge da catalizzatore per una necessaria catarsi, descrivendo il confronto con i propri vizi non come una sconfitta, ma come l’unico percorso autentico verso la maturità e la liberazione interiore. Anche in questo pezzo le venature southern sono ben marcate, restituendo quella sensazione di sporco raffinato che pervade l’intero lavoro, un suono che non cerca la perfezione digitale, ma la verità di un’emozione nuda, cruda e onesta.
Con la traccia successiva “Do The Parasite!”, l’andamento torna energico e vibrante, restituendo quella sana voglia di rock che si nutre di riff serrati e di una sezione ritmica implacabile. In questo pezzo, i The Black Crowes sembrano liberarsi di ogni orpello per tornare alla purezza di un suono nudo e crudo, capace di far battere il piede sin dalla prima battuta.
Decisamente più slowly e soft “High And Lonesome” che riprende un sound polveroso dove il ritmo cadenzato esalta l’uso sapiente degli spazi e dei silenzi, dimostrando che i Crowes sanno essere maestri di eleganza anche quando abbassano i volumi e rallentano i giri del motore e diventano malinconici.
Segue sulla stessa linea, forse più malinconica, la blueseggiante “Queen of the B-Sides” che rallenta ulteriormente il battito dell’album per lasciare spazio a un’emotività nuda e vibrante. In questo brano, le chitarre sembrano piangere su un tappeto ritmico soffuso, creando quella densità sonora che rende il pezzo un piccolo gioiello di introspezione rock, un brano breve ma decisamente intenso.
Riprendiamo il ritmo con “It’s Like That” un brano che sembra concepito per far saltare il pubblico, dove la precisione del suono, le sonorità più asciutte e dirette, dove il rock sporco e raffinato di cui parlavo prima, trova una sintesi perfetta e ritorna alle origini della band.
“Blood Red Regrets” inizia con una batteria contagiosa preparando il terreno per un brano dove la tensione elettrica e la melodia si fondono per una traccia che pulsa di un’energia inquieta, capace di catturare l’attenzione sin dai primi secondi grazie ad un ottimo groove che appare un vortice di rock psichedelico e blues moderno.
Il rock ruvido di “You Call This A Good Time” si fa subito largo, giusto per non lasciare nulla di velato mettendo subito in chiaro che la band non ha alcuna intenzione di abbassare la guardia. È un brano che arriva dritto al punto, con quella spavalderia sonora che profuma di amplificatori portati al limite, dove il rock’n’roll non chiede il permesso ma si prende prepotentemente la scena. Ancora una volta emerge quella perfezione tecnica che ho ammirato tante volte dal vivo: un suono che appare grezzo e istintivo.
Un ritorno di malinconia nell’intro di “Eros Blues” che, seppur non diventi un pezzo scanzonato, ha sprazzi vivaci, rock psichedelico e, ovviamente, blues. Il brano evolve in un crescendo di suggestioni sonore, dove i feedback e le dinamiche dilatate creano un contrasto perfetto con l’incipit malinconico, dimostrando ancora una volta la capacità di manipolare la materia blues trasformandola in qualcosa di inafferrabile.
Il gran finale è affidato alla magistrale “Doomsday Doggerel” un pezzo che permette di spaziare tra generi e suggestioni, chiudendo il disco con una profondità intellettuale e sonora che lascia il segno, quasi a voler sintetizzare l’intero percorso emotivo dell’album.
Con “A Pound of Feathers” si attraversa l’energia, la malinconia, la riflessione cinica e la pura scarica rock. Alla fine dell’ascolto resta addosso quel sapore di elettricità e polvere, la sensazione di aver assistito a una rinascita. I The Black Crowes hanno ripreso il loro posto sul trono, regalandoci un disco che graffia l’anima e scalda il cuore, esattamente come il miglior blues che si rispetti e che continuerà a risuonare intatto anche negli anni a venire, mantenendo inalterato il suo fascino. È una musica che non invecchia, ma matura insieme a noi, promettendo di regalarci le stesse emozioni.

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Genere: Hard Rock 
Anno: 1999
78