Recensione: A Stranger To You

Di Paolo Fagioli D'Antona - 18 Luglio 2026 - 12:00
A Stranger To You
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I Loathe tornano dopo quello che per molti è sembrata un’attesa lunghissima. Già perché la band di Liverpool dopo il grande successo di un disco come I Let It In And It Took Everything del 2020, considerato dalla critica come uno dei pilastri musicali di quello stesso anno e a seguito del disco strumentale e sperimentale del 2021 The Things They Believe (ultimo con il chitarrista Connor Sweeney), il four-piece britannico torna nuovamente tra noi, pronti nell’intento di dimostrarci che le grandi lodi tessute attorno a questa band potranno rimanere tali anche in questo 2026.

La band infatti nel suddetto disco del 2020 (I Let You In And It Took Everything), è riuscita a regalarci uno straordinario esempio di contaminazione sonora e di visione avanguardista, mescolando sonorità metalcore e alternative metal con tanto di riffoni djent super corposi, assieme ad un’anima molto più eterea e soffice fatta di atmosfere ambient, venature dream pop e soluzioni “shoegazy” e riverberate. Da un lato quindi l’impatto e la brutalità di un metalcore modero estremamente carico e sontuosamente prodotto, mentre dall’altro delle atmosfere fluttuanti, distopiche e a tratti dannatamente “creepy” che vedevano la band essere stata fortemente ispirata anche dalle colonne sonore del visionario Akira Yamaoka (polistrumentista e compositore giapponese autore delle celebri colonne sonore della serie serie videoludica survival horror Silent Hill). Da un lato quindi una band con un sound molto unico e personale, dall’altra i fortissimi richiami ai Deftones sia in alcune sezioni musicali, ma soprattutto nell’approccio vocale spesso troppo troppo simile a quello di Chino Moreno, fattore che ha fatto storcere giustamente il naso ai non moltissimi detrattori del disco.

In A Stranger To You i Loathe caricano la loro ambizione a mille per un disco ancor più complesso del suo predecessore riuscendo anche in buona parte a scrollarsi di dosso quella eccessiva somiglianza con i Deftones di cui parlavamo poc’anzi. Tante oltretutto sono le collaborazioni del disco; dagli Static Dress a Mansur Brown passando per il produttore Jazz-Soul Jordan Rakei fino ad arrivare ai NOWHERE2RUN, duo di Jami Morgan e Eric Balderose meglio conosciuti come due delle menti portanti dei Code Orange, un’altra delle band più artisticamente ambiziose che abbiamo nel metal assieme ai Loathe.

L’album si apre con Entrance, uno spoken-word accompagnato da un pianoforte – sembra quasi di assistere ad uno dei brani più intimi e personali di Kendrick Lamar (fateci caso tra l’altro quanto il “flow” presentato su questo brano assomigli anche per tonalità a quello del celebre rapper statunitese in alcuni dei suoi brani più soffusi e delicati). Entrance è di quanto più minimale questo album ci possa offrire, specialmente se paragonato a quello che viene dopo, ossia una Block Of Flies che ci regala momenti riverberati e avvolgenti che si arrichiscono di beat digitali e sezioni al limite della techno/urban fino ad arrivare a delle parti in scream assolutamente viscerali. è una specie di altalena tra momenti melodici ed altri assolutamente “in your face”, dove il caos è il sovrano assoluto. Lo stacco ambient del pezzo è soffuso e delicato e i momenti più rock sul finale con un cantato pulito dalle coordinate molto emotive improvvisante si destrutturano in un breakdown travolgente…. il tutto in nemmeno sei minuti di pezzo! Troppa carne al fuoco ? Giudicate voi! Per quanto ci riguarda il tutto funziona alla meraviglia

Atmosfere più alternative e squisitamente rock su Fortress Down per un pezzo decisamente più lineare e fruibile del precedente che gioca sull’impatto delle chitarre e sulla vocalità pulita con tanto di finale ambient che sfuma in una delle tracce più violente del lotto, Gemini – due minuti e quaranta di chitarroni djent prima che un improbabile beat elettronico trasformi completamente la canzone che diventerà poi improvvisamente ancora più plumbea e caotica.

Nothing Like The Knife è un brevissimo intermezzo elettronico scandito da qualche parola sussurrata che sfocia in Harder To Pretend che mostra la forza e il groove delle linee di basso su questo album senza esimersi dal regalarci un inaspettato momento simil-jazz che fa godere i nostri padiglioni auricolari con tanto di Sax in dissolvenza.

Segue un altro intermezzo che sembra voler immergerci in una sorta di bagno digitale (citazione Deftonesiana totalmente casuale!), dove riemerge lo spoken-word di Bucki Sugar che ci aveva accompagnato del brano di apertura.

Revenant assieme ai NOWHERE2RUN riporta i quei chitarroni djent al centro del discorso stavolta accompagnati da dei layer di synth avvolgenti e futuristici, mentre il brano sembra quasi trasportarci all’interno di un breakdown mentale. Schizofrenico, isterico, cacofonico, con un Jami Morgan (voce dei Code Orange) sugli scudi .

The Way It Breaks cambia nuovamente le carte in tavola, perché sì, i Loathe non vogliono lasciarci dei chiari punti di riferimento a cui ancorarci. Il viaggio proposto da questo pezzo è fatto di layer di synth e atmosfere malinconiche, sembra minimale all’apparenza ma in realtà sotto la superficie anche qui c’è tantissimo da ritrovare anche a livello di pura strumentazione e quelle delicate chitarre acustiche rappresentano senz’altro la ciliegina sulla torta, così come l’emozionante assolo di chitarra sul finale che ancora una volta vuole offrirci una coda ambient prima di sfociare nel seguente brano.

Meet My Maker è carica di fuzz ma è anche ritmata e up-tempo con quell’irresistibile mix tra The Prodigy e Queens Of The Stone Age. Un noise-rock che alla fine si tinge di scariche chitarristiche violentissime.

Fangs è stato un altro singolo estratto dal disco; nervosa, ruvida, “stramba” per certi versi ma allo stesso tempo enigmatica, melodica e affascinante. Un pezzo che ci dimostra ancora una volta quanto le influenze puramente rock riescano spesso a trapelare in questo “melting pot” di idee. Se c’è un appunto che ci sentiamo di fare alla band è che queste outro dal sapore ambient iniziano a diventare un pochino prevedibili se usate in continuazione e quella di Fangs è l’ennesima sezione “chill” sul finale che sfocia nel pezzo successivo.

The Ladder è il brano forse più sorprendente e memorabile del disco anche grazie al lavoro di Jordan Rakei a livello di produzione per un pezzo in cui chitarra acustica e synth dominano il gioco e dove la malinconia trasuda da ogni poro. Qualche volta i Loathe ci offrono anche questo e riescono a brillare anche nei loro momenti più minimali. E il terzetto finale del disco è di quanto più riuscito la band potesse offrirci con la già menzionata The Ladder oltre a Gifted Every Second che nei suoi quasi otto minuti ci regala letteralmente QUALSIASI COSA compreso un caldissimo assolo dal sapore quasi blues che sembra non voler finire mai. C’è anche un breve stop di qualche secondo in questo brano che improvvisamente riprende scandito da un meraviglioso arpeggio acustico dai tratti folkloristici. Anche qui la band ha voluto creare un outro “ad hoc” ma stavolta dal flavour molto diverso dal solito. La title-track è il finale perfetto dell’album dove il post-rock e lo shoegaze si fondono in un pezzo caldo e passionale che si tramuta in una sua variante più aggressiva a tratti, ancora una volta ricordandoci la band di Josh Homme in questi brevi momenti.

I Loathe avevano delle pesanti aspettative sulle spalle nel dover replicare un disco del livello di I Let It In And It Took Everything. Eppure la band di Liverpool a questo giro è riuscita con gran classe a tirar fuori un album ancora più ricco e ambizioso del precedente, dove una miriade di influenze musicali vivono in armonia tra di loro in un disco eclettico e pregno di collaborazioni interessanti, scrollandosi oltretutto di dosso quella eccessiva somiglianza con i Deftones che la band britannica spesso si portava dietro in alcuni pezzi in passato. Chi ama la contaminazione nel metal non potrà prescindere dall’ascoltare uno dei lavori più riusciti e all’avanguardia che questo tipo di sonorità potrà offrirci in questo 2026.

 

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