Recensione: Afterburner

Di Daniele D'Adamo - 11 Maggio 2020 - 16:58
Afterburner
78

Nell’inebriante tradizione di Frank Zappa e dei Nirvana – persone che hanno fatto arte seria senza sembrare mai seri – i Dance Gavin Dance sono una band che fa ciò che vuole, come vuole, fiduciosa che il pubblico continuerà a seguirla.

Così, le brevi note biografiche sintetizzano lo spirito con il quale i Dance Gavin Dance affrontano la musica o, meglio, la quarta arte. Uno spirito che si riflette nei testi, nel modo di fare e anche nella musica stessa. Certamente non si tratta di comicità, demenzialità e compagnia cantante. No. Si tratta più che altro di un approccio che, a priori, non lascia nulla di scontato ma che, anzi, fonda le basi per una proposta caleidoscopica, multicolore, eterogenea, come peraltro espresso a tema nel movimentato disegno di copertina.

Lo stile fondamentale che regge “Afterburner”, il nono full-length del gruppo statunitense, è, in primis, il metalcore. Melodico e aspro nello stesso tempo come se, anche i questo caso, la band rifugga a priori da comportamenti precostituiti. Il fatto di avere in formazione due cantanti – Tilian Pearson e Jonathan Mess – non è certamente un caso. Da un lato ci sono le caratteristiche harsh vocals, dall’altro, le clean vocals. Esse, tuttavia, non viaggiano separate ciascuna per conto proprio, bensì rincorrendosi, abbracciandosi, mischiandosi lungo l’arco di tutto l’LP.

Ecco che allora il metalcore di base si comporta come un puzzle, un rompicapo che per i membri della formazione americana è sempre e comunque risolvibile. Il che non è semplice, poiché in “Afterburner” si trova davvero di tutto: funky, latino-americano, pop, dance, electronic e altro ancora che si nasconde in profondità fra le tracce del platter. Un pot pourri ricchissimo di aromi, gusti, tinte sgargianti, allegria e spensieratezza. Esattamente ciò che si è scritto all’inizio: ‘arte seria senza sembrare mai seri’. Difatti, Will Swan (chitarra) e compagni sono degli splendidi esecutori, professionisti esemplari dalla lunga esperienza, capaci di gestire tutte queste tonalità con fermezza e decisione, senza perdersi per strada. Al contrario, definendo uno stile obiettivamente unico, che identifica con disarmante semplicità di che pasta essi siano fatti.

Oltre al talento nell’essere stati in grado di creare un’alchimia desueta e affascinante, i Nostri si dimostrano anche dei buoni compositori. Il che, anche in questo caso, non è facile, giacché si tratta di scrivere canzoni che, a monte, hanno infinite, o quasi, variabili. Variabili che, pur essendo tante, sono legate come da equazioni le cui soluzioni sono le canzoni stesse. Ponendo in particolare l’attenzione su di esse, si rileva subito che ce ne sono di molti tipi, chiaramente legate ai generi più sopra elencati. Fra di essi, in ogni caso, una linea rossa da seguire c’è, poiché non può essere lasciato tutto al caso: il metalcore.

Metalcore che emerge più o meno ovunque, da un semplice soffio alla completezza sostanziale del brano che nasce dalle mani e dalle menti dell’act di Sacramento. Già subito, con l’opener-track, ‘Prisoner’, si comprende con chi si ha a che fare. La song, peraltro complessa e articolata, assorbe il cozzo harsh/clean vocals con un ritornello formidabile, dalla purezza clamorosa, ideale per chiudere gli occhi e sognare. La classe non è acqua, è lo si percepisce immediatamente, al primo ascolto. Ci sono poi altre tracce “più metalcore” delle altre, come ‘Parody Catharsis’ o ‘Say Hi’, addirittura aspra e dissonante. Tuttavia il loro essere accattivanti o meno risponde al gusto personale di chi ascolta.

Ciò che, al contrario, rispondono a criteri di oggettività sono la bravura a tutto tondo dei Dance Gavin Dance e l’eccellente costruzione complessiva di “Afterburner”.

Da provare.

Daniele “dani66” D’Adamo

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