Recensione: Aletheia

Di Orso Comellini - 21 Gennaio 2026 - 8:00
Aletheia
Band: Wildhunt
Etichetta: Jawbreaker Records
Genere: Thrash 
Anno: 2026
Nazione:
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78

Dieci anni sono passati da quel gioiellino di old school thrash che era “Descending”, debutto della compagine austriaca Wildhunt. Un lavoro davvero promettente che i più si sono limitati ad associare allo stile della Bay Area, scomodando i soliti nomi noti della scena, ma che, a un orecchio più attento, rimandava anche a band del centro Europa come Deathrow, Paradox, Vendetta o Artillery, per soluzioni meno lineari e un tasso tecnico accentuato. Dopodiché un singolo pubblicato l’anno successivo, come vedremo, poi l’oblio.

Un decennio non è uno scherzo per una band, specie per una giovane. I giganti del passato in quel lasso di tempo hanno dato alle stampe 6/7 capolavori in grado di ridefinire le coordinate del genere. Tante cose possono cambiare anche radicalmente, a partire dagli stessi attori protagonisti, fino ad arrivare al contesto musicale (e non), ed è questo, probabilmente, il fattore principale del cambio di rotta dei Wildhunt. Perché, è bene specificarlo subito, “Descending” rimarrà forse un unicum nella loro carriera.
Il fondatore e attuale mastermind del gruppo Wolfgang Elwitschger infatti, in questi anni ha dovuto rimpiazzare tutti gli altri interpreti cambiandone l’impostazione generale da tre a quattro membri e aggiungendo una chitarra in più. Soprattutto però è cambiata la direzione artistica dei Wildhunt, anche se permane qualche elemento di contatto con il passato.

Per definire in maniera bonaria il cambio di rotta, prendete Heathen e Paradox e centrifugateli con Eternal Champion e Ironsword. Si potrebbe dire che abbiano fatto il contrario dei Manilla Road, quando passarono dal classico epic a composizioni più tendenti al thrash; in parte già su “The Deluge” e “Mystification” e più in particolare con “Out Of The Abyss”.
Anche il modo di cantare di Elwitschger su questo nuovo lavoro, uscito a inizio 2026 e intitolato “Aletheia”, è piuttosto diverso. Elemento che, tuttavia, di fatto, rappresenta il maggior limite dell’album, che forse avrebbe meritato un interprete o un’interpretazione più pertinente ed espressiva. Probabilmente anche chi è avvezzo a quel cantato un po’ nasale di Mark “The Shark” Shelton, Brian Ross dei Satan o Jason Tarpey, a quel tipo di teatralità, nel corso dei primi ascolti del disco rimarrà in parte con l’amaro in bocca. Sensazione che, per fortuna, va attenuandosi con gli ascolti.

Di tutt’altro spessore, invece, le composizioni. Cinque brani piuttosto lunghi e articolati più due strumentali, dotati di un sound moderno ma non plasticoso, dove ogni strumento è in grado di ritagliarsi il proprio spazio vitale, sebbene si tratti senza ombra di dubbio di un disco guitar-oriented. Prendete lo strumentale iniziale, ‘Touching the Ground’, con gli arpeggi prima dell’ingresso della batteria in stile “And Justice For All” e della chitarra distorta tipo primi Annihilator o la maestosa opener ‘The Holy Pale’ (che in apertura, oltre alla band di Jeff Waters, riporta alla mente gli Artillery), quella poderosa parte centrale con le armonizzazioni che rimandano ai Deathrow e quegli assoli neoclassici che si rincorrono vorticosamente e capirete perché su “Aletheia” siano le chitarre a fare da padrone. Senz’altro rimarchevole l’attenzione che le due asce hanno dedicato alle dinamiche, sia nei fraseggi, che negli assoli. Considerazione che si può tranquillamente estendere anche al basso di Robbie Nöbauer, che difficilmente si limita ad accompagnare gli altri strumenti. Ascoltate la sezione centrale del brano successivo, tanto per fare un esempio.

Subito dopo troviamo il singolo composto e pubblicato a ridosso di “Descending”, ‘Made Man’, che obiettivamente lasciava presagire un cambio di rotta, anche se non così netto. Vi si possono trovare ancora rimandi ai Deathrow nel lavoro impressionante delle due chitarre, però è altrettanto chiaro quanto la band cercasse già allora nuove soluzioni, qui non tanto distanti da certo power europeo. Interessante come, dopo una lunga parte strumentale finale su ‘Made Man”‘ i nostri piazzino un altro pezzo strumentale in crescendo come ‘Kanashibari’, legato a ‘In Frozen Dreams’ (uno degli highlight dell’album) che ha di nuovo ampie sezioni prive di cantato, dove i Wildhunt sembrano quasi i Satan sotto steroidi, ma in una vena maggiormente progressiva.

Si passa poi alla title-track dell’album, il brano emblema del cambiamento dei Wildhunt. Così lontano dalle sferzate thrash delle origini, che sembra quasi composto per entrare in un’ipotetica versione 2.0 di “Crystal Logic” dei Manilla Road. Nessun plagio, sia chiaro, ma provate a riascoltare la title-track o ‘The Veils of Negative Existence’, per credere. In chiusura, i nostri piazzano il pezzo più lungo e ambizioso del lotto, nonché uno dei più riusciti: ‘Sole Voyage’. Dopo un’introduzione con un classico intreccio di chitarre, un breve assolo da pelle d’oca ci lancia in una delle strofe più vibranti dell’album, dove thrash ed epicità, perfino la voce, convivono perfettamente in armonia. Ogni cosa sembra andare al proprio posto, nel corso degli oltre 11 minuti di suite, anche un breve intermezzo di simil samba(?). Ricorda un po’ nelle intenzioni “Rime Of The Ancient Mariner”, nella sensazione di compiere un lungo viaggio (musicale) e nella necessità di narrarlo.

Al netto di alcune scelte stilistiche perfettibili, “Aletheia” dei Wildhunt è sicuramente un disco che merita di essere ascoltato. Anche più volte, in realtà, per poterne apprezzare tutte le sfumature e cogliere il grande lavoro delle chitarre, in primis. Coraggioso, perché destinato a un pubblico ancora più di nicchia di quanto non fecero già con “Descending” e che, realisticamente, potrebbe scontentare i thrasher più ortodossi e non riuscire a fare breccia nei cuori dei metaller dediti a sonorità più classicamente epic. Un album da consigliare a chiunque ritenga la stagnazione musicale e la volontà di imporre dei paletti troppo rigidi tra generi un problema per il futuro della musica pesante. Li attendiamo, si spera, con l’album della consacrazione, in occasione della terza, fatidica uscita.

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