Recensione: Alföld

Di Edoardo Turati - 6 Agosto 2023 - 12:00
Alföld
Etichetta: Season Of Mist
Genere: Avantgarde 
Anno: 2023
Nazione:
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88

Thy Catafalque e la sequenza dei postulati:

_ Tamás Kátai sta alla musica come Max Planck sta ai quanti

_ La musica dei Thy Catafalque assale i dogmi e travalica le barriere intellettive del metal

_ Non esiste punto di riferimento o porto sicuro al quale è possibile ancorarsi durante l’ascolto; diventiamo semplicemente dei dispersi

Tre semplici verità fondamentali che, chi conosce i Thy Catafalque, non potrà che accogliere senza dubbi di sorta.

Partiti nel 1999 con il seminale Sublunary Tragedies, etichettato come “progetto post-black metal d’avanguardia”, hanno di volta in volta trasformato la loro creatura in qualcosa di sconosciuto, rivoluzionario e superiore; non esiste infatti album che non abbia sconvolto i nostri sensi o che non abbia acuito i nostri interrogativi più reconditi lasciandoci soli con la nostra anima più nera.

Nel 2016 con l’album Meta Tamás Kátai, più famelico di Walter White, inserisce nella sua pletora musicale anche l’elettronica andando a valorizzare quella che era già una proposta a dir poco ricca che inglobava e abbracciava in modo armonioso e disarmante death, black, doom, progressive e neo-folk ungherese convergendo nell’avant-garde più sperimentale e geniale che mente umana possa elaborare.

E così, a ogni uscita, si protrae l’esperienza totalizzante, lasciando all’ascoltare qualcosa che pochissimi altri artisti riescono a donare: il piacere infantile della scoperta, la curiosità primordiale (la stessa che Ermes donò a Pandora). E allora schiudiamo anche noi con riverenza e deferenza il vaso elargito da Tamás “Zeus” Kátai con il suo ultimo dono all’umanità, intitolato Alföld.

Il primo brano “A csend hegyei” (Montagne di silenzio) irrompe nel nostro torpore musicale con un improvviso e inaspettato death tinteggiato di doom con un cantato growl più profondo del Buco di Kola. Con la successiva “Testen túl” (Oltre il Corpo) veniamo invece scaraventati al di là dei limiti fisici per smarrire le nostre percezioni in un black metal veloce e acido che non lascia respiro. A togliere ulteriore aria dai nostri consumati polmoni ci pensa “A földdel egyenlo” (Uguale alla Terra) dove le coordinate latenti vengono nuovamente segregate per lasciare l’ascoltatore in balia di un brano death solenne che alla sprovvista intorno al terzo minuto muta pelle con un assolo di chitarra maideniano in una meravigliosa (reitero e scandisco… me-ra-vi-glio-sa) cavalcata metal.

Cominciamo a inalare profumo di cambiamento e in effetti dopo il trittico primordiale, con “Alföld” (Pianure) si torna alle incantevoli digressioni elettroniche-folkloristiche che tanto amiamo e bramiamo. E se finora avevamo minimamente e con arroganza pensato di sapere dove trovarci, i Thy Catafalque sbriciolano la nostra bussola per squassare e incasinare i nostri sensi. “Folyondár” (Flusso) è un pezzo strumentale dove prima il flauto e successivamente gli archi commemorano i natali della band conducendoci per mano nella grande pianura ungherese (Alföld per l’appunto) terra ricca di contaminazione, cultura e diversità. Un intimo coro tribale introduce “Csillagot görgető” altro brano multicolore che miscela con sapienza stellata metal, folk ed elettronica. Lo stesso discorso vale per la seguente “A felkelo hold országa” (La terra della luna nascente) che però aggiunge un pizzico di brutalità con inserti dosati di black e growl. Chiude il platter “Néma vermek” (Fosse silenziose) che non lesina varietà tra colori e ombre di percezioni industrial e death dove duettano growl e scream su un tappeto intessuto di folk autoctono.

Arnold Schönberg circa un secolo fa disse: «Se è arte, non è per tutti, e se è per tutti, non è arte». Possiamo affermare che racchiude esattamente il pensiero e il modo di regalare musica di Tamás Kátai. Prendetelo, assimilatelo, amatelo, detestatelo, smarritevi per poi ritrovarvi, e di nuovo arrancate per raggiungere lo strato più elevato della musica incondizionata… Ma non per tutti perché:

Il genio si muove nella follia, nel senso che si tiene a galla là dove il demente annega.

(Paul Valéry)

 

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