Recensione: Alive In Melbourne

Di Vittorio Cafiero - 19 Novembre 2020 - 9:00
Alive In Melbourne
Band: Jinjer
Etichetta: Napalm Records
Genere: Metalcore 
Anno: 2020
Nazione:
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80

Tre album in studio e tre ep. L’esplosione a livello mondiale. Date sold-out in tutto il globo. La veloce crescita dei Jinjer in termini di popolarità ha impressionato, tanto da farli passare in pochissimo tempo dalla “next big thing” ad una realtà dal successo consolidato conosciuta  – di nome o di fama quanto meno – da tutti gli appassionati delle sonorità più innovative ed estreme. E’ vera gloria (semi-cit.) o soltanto il solito trend passeggero? Si tratta di un gruppo che saprà continuare a convincere o diventerà una delle tante meteore dal successo casuale ed effimero?

Non c’è davvero niente di meglio di una prova dal vivo registrata agli Antipodi per verificare se sul palco i giovani Ucraini sono in grado di confermare quanto proposto su disco ottico. E attenzione, non si tratta di un esame semplice, considerando quanto mostrato in studio dagli strumentisti e la versatilità della vocalist Tatiana, capace di passare in un istante dallo scream più selvaggio a delicati vocalizzi. Prova del fuoco, certamente, che i Jinjer scelgono di affrontare in modo essenziale, a livello di uscita discografica, con una singola data registrata integralmente, senza dvd o particolari bonus (di fatto la traccia audio è stata già rilasciata su Youtube), come si faceva una volta. Musica, dal vivo, così come viene. La testimonianza nuda e cruda di uno degli ultimi concerti degni di questo nome prima che la pandemia Covid-19 fermasse tutto.

La lunga introduzione registrata, efficace per lo spettatore presente, forse snervante da ascoltare su cd o in streaming (da scommettere che già dal secondo ascolto si skipperà direttamente alla seconda traccia) funge da apripista per “Teacher, Teacher!“, uno dei pezzi più celebri dei Nostri, che, come da tradizione in casa Jinjer, alterna aperture melodiche a sfuriate cariche di groove. Già dal primo pezzo in scaletta la band mette le cose in chiaro: nessuna necessità di riscaldamento, qualità a livelli altissimi da subito, esecuzione sostanzialmente identica a quanto ascoltato su cd, nessuna semplificazione o nessun trucco. Il tutto condito con un’energia senza freni, dove incredibilmente tutto è sotto controllo. Impressiona la precisione della base ritmica, ma è l’affiatamento di questi quattro giovani musicisti a colpire. Capacità dei singoli, elevata all’ennesima potenza dagli anni passati on the road.  Ancora di più ascoltando l’esibizione dal vivo si percepisce l’essenza vera dei Jinjer: l’anima è moderna, certo, ma rimane molto metal. Come se Meshuggah e Lamb Of God si scontrassero in un frontale privo di frenata contro Guano Apes e No Doubt. Sicuramente i puristi saranno disgustati, ma cosa importa quando il risultato è di questo livello? E non si tratta solo di potenza e tecnica: l’innesto reggae in “Judgement (& Punishment)” è semplicemente geniale, specialmente per una band dall’età media così bassa. E’ quindi proprio il songwriting (assieme al carisma innegabile di Tatiana Shmailyuk) l’arma in più del quartetto ucraino. Un pezzo come “Who Is Gonna Be The One” non può lasciare indifferenti e la versione dal vivo non fa altro che aumentare la voglia di sfogarsi nel maelstrom di un parterre di un concerto metal; “On The Top” è trascinante e mette in mostra l’amalgama del gruppo (menzione particolare ancora una volta per una base ritmica che funziona come uno schiacciasassi dalla precisione svizzera) e la parte jazzata in “Home Back” è strepitosa nella sua naturalezza.

Per una band come i Jinjer che ha letteralmente passato gli ultimi anni on the road, un live del genere suona più come una sorta di bootleg ufficiale piuttosto che un’opera a lungo pianificata e costruita, anche considerata una certa genuinità a livello di resa sonora e di un editing che sembra limitato: “Alive In Melbourne” infatti non ha niente di artificiale, non presenta alcuna traccia percepibile di trucchi. Il suono vero e in-your-face ha la crudezza di un bootleg assieme alla precisione di una prestazione in studio. E la “botta” dal vivo rende più opprimenti le parti pesanti, con il fiatone della cantante tra un pezzo e l’altro che trasmette lo sforzo fisico necessario per sfoderare una prestazione del genere. Chi scrive, fortunato spettatore della data milanese del tour la cui data australiana è immortalata nell’album, può garantire al 100% questa impressione.

 

Un gruppo che, piaccia o meno, ha capito che il successo nel 2020 si costruisce sulle strade di asfalto dei tour interminabili (triste riflessione in periodo di lockdown) ma anche su quelle digitali, con i video, le pubblicazioni continue e la presenza in rete costante: numero elevatissimo di clip ufficiali o semi-ufficiali, milioni di visualizzazioni e condivisioni infinite…questo primo album dal vivo, quasi inevitabile, è il sigillo finale di un percorso fondamentalmente privo di errori sostanziali o formali, la ciliegina sulla torta che nemmeno il blocco ai concerti causato dalla pandemia può rovinare. Parafrasando i Motorhead, The World Is Yours, cari Jinjer.

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