Recensione: Asylum

Di Roberto Gelmi - 28 Dicembre 2019 - 7:49
Asylum
Band: Art
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno:2019
Nazione:
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80

Dopo il buon riscontro riscosso dal disco di debutto Planet Zer0, gli Art –    gruppo post-progressive metal originario di Bologna – propongono il seguito del concept album nato nel 2016, puntando su una copertina evocativa e un titolo diretto. Nella line-up di Asylum troviamo inoltre ospiti d’eccezione come Stef Burns (Alice Cooper, Huey Lewis and the News) e Vince Pàstano (Vasco Rossi, Luca Carboni). Il sound è perfezionato ed Enrico Lorenzini resta la mente dietro al progetto che richiama sonorità vicine ai Marillion e Steven Wilson, accostate a un tiro rock simil Toto e Whitesnake, senza dimenticare una componente più dura e metal.

Il concept ci catapulta di nuovo nella visione decadente di un mondo che verrà, osservato tramite la tecnica dello straniamento dalla figura di un alieno cieco, intenzionato a capire il senso della vita delle creature che abitano il desolato pianeta da lui scrutato. Finalmente è riuscito a raggiungere il pianeta e a prendere contatto con le creature che lo abitano. Per lui è come un asilo, un luogo d’elezione per sentirsi finalmente al sicuro. La storia, a un secondo livello narrativo, è altresì metafora che racconta il contrasto tra la visione introspettiva delle paure che abitano l’animo umano e la loro reificazione esterna in una cornice distopica che ha molto d’attuale. Parlare del futuro per parlare del presente, insomma e con un relativismo che è l’unico modo per non impantanarsi nell’autocommiserazione…

Le danze si aprono con il tempo dispari della traccia più lunga in scaletta. “No Way Out” è un concentrato di prog. metal pregiato: nei primi 120 secondi si sentono rimandi ai Dream Theater, ma anche agli scandinavi Seventh Wonder (linee di basso incluse). L’intesa dei musicisti in campo è lampante, tutto procede come un meccanismo ben oliato e la voce di Denis Borgatti culla l’ascoltatore nel prosieguo del concept. Oltre al refrain melodico resta impressa la prova di Enrico Lorenzini ai sintetizzatori, vicini alle scelte più acide di Derek Sherinian. Un avvio convincente, vediamo se il disco si mantiene su questi livelli. “Black Mist” ha il giusto piglio, a tratti ammicca e a tratti graffia, tutto grazie all’incontro di chitarre elettriche e tastiere. La base ritmica non molla un colpo, i testi sono evocativi e sfociano in un altro ritornello da cantare a squarciagola. Gli influssi AOR si fanno sentire ed è un bene, l’assolo di Stef Burns è inserito alla perfezione. I sette minuti di “B. Case” prendono avvio con una sezione strumentale articolata e potente; gli arrangiamenti lisergici di tastiera e il doppio pedale di Ivano Zanotti conducono, poi, alla parte centrale della composizione, a tratti space rock, ma a ripresentarsi inalterata è la potenza delle ritmiche accostata all’inventiva dei tasti d’avorio. In definitiva un brano sontuoso e ambizioso suggellato da un assolo finale di tutto rispetto. Dopo note di carillon è la volta di “Seven Stones”: l’atmosfera si trasforma magicamente in uno scenario onirico, vengono in mente i già citati Marillion… La ballad si rivela un concentrato di emozioni, il solo di chitarra è magistrale. A ridare slancio e grinta all’album ci pensa, poi, la successiva “The Doctor”, pezzo che riprende le sonorità dei brani più tirati come l’opener e “B. Case”. Stanno a pennello anche gl’inserti di sample recitati, così come l’ennesimo assolo chirurgico, bilanciato tra tecnica e divertimento esecutivo. “Room 46” (non 137 come per i Dream Theater di Distance Over Time!) punta meno sulla pesantezza metal, anche se presenta momenti rabbiosi che preludono a schiarite rigeneranti. Un brano a tratti etereo, specie nel finale floydiano, e con l’aggiunta del cameo di Vince Pàstano alla chitarra. La titletrack apre l’ultimo quarto d’ora del platter e lo fa al meglio (stupisce la bravura degli Art nel proporre riff sempre ficcanti all’avvio delle loro composizioni). La struttura della canzone non presenta sorprese, tutto è arrangiato come si deve e i momenti strumentali non risultano mai pleonastici. Il full-length si chiude con l’accoppiata “The Box”-“Hide The Light”. La prima presenta passaggi degni tanto dei Vanden Plas quanto dei Threshold; la seconda è un lungo epilogo crepuscolare che riesce ad accomiatare l’ascoltatore senza strafare e lasciando un onesto senso di nostalgia.

La musica proposta dagli Art non stravolge il dettato dei maestri che furono, non è questo il loro intento; si tratta, bensì, di musica suonata col cuore e arrangiata con savoir-faire. Per chi ama il progressive, e più in generale un solido album rock, Asylum saprà regalare emozioni. In Italia la buona musica non manca mai.

 

 

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