Recensione: Be

Di Massimo Ecchili - 25 Aprile 2010 - 0:00
Be
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Anno: 2004
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60

A sei anni di distanza dalla pubblicazione di Be avvenuta nel 2004, Truemetal.it ha deciso di riscrivere la recensione pubblicata ormai sei anni fa. Questa scelta è stata dettata dalla volontà di offrire ai nostri lettori un’analisi più approfondita di uno degli album più controversi e discussi dei Pain Of Salvation, mettendolo in relazione con quella che è stata in questi anni la naturale evoluzione stilistica del gruppo. Buona lettura.

BE rappresenta senz’ombra di dubbio uno spartiacque nel percorso artistico del combo svedese; le colonne d’Ercole del progressive metal targato Pain Of Salvation come mr. Gildenlöw lo aveva sempre concepito e come il pubblico aveva imparato a riconoscerlo. Da questo momento in poi, se da un lato la musica rimarrà progressiva, seppur nella concezione più estesa del termine, è innegabile che il metal verrà quasi del tutto depennato dalle composizioni. Detto questo, possiamo trovare una paradossale coerenza da parte di Daniel nel distruggere ciò che è stato e ripartire daccapo per dar forma a qualcosa sempre di nuovo (più per la band che per il panorama musicale tout court) ad ogni uscita; coerenza che non sempre ha portato ad un’evoluzione artistica, essendo indubbio che scarnificare gli arrangiamenti e semplificare sound e songwriting non può essere riconosciuto come percorso di crescita per un musicista tanto dotato. Non si tratta di discutere le scelte stilistiche di un artista, ma di fronteggiare qualcosa che, da qualsiasi lato lo si guardi, è evidentemente una regressione a livello di complessità e fonte di spunti.
BE diventa quindi terra di mezzo tra i Pain Of Salvation dell’era prog metal e quelli odierni, difficilmente inquadrabili in un genere senza farsi assalire dai dubbi. A ben vedere non appartiene ai primi e non preannuncia quelli che saranno.
Va premesso che l’opera in questione non può essere analizzata prescindendo dal concept, il quale, invero, risulta inscindibile dai contenuti musicali qui più che in altri dischi a tema. Sarà per le tematiche affrontate, sarà per l’indiscutibile secondo piano nel quale l’aspetto prettamente musicale viene confinato, ma discutere di BE è impossibile se lo si considera un disco nell’accezione consueta del termine; lo si può affrontare come esperienza semi-totalizzante, saggio in musica, opera che abbraccia diversi piani artistici o altro, ma non è un album musicale nell’accezione più classica.

“Who I am? In the back of my awareness I find words
I will call myself…GOD. And I will spend the rest of forever trying to figure out who I am”

L’intro ci presenta l’entità creatrice (Animae) che si interroga sulla propria esistenza e sull’istante della propria nascita, ammesso e non concesso che ci sia stato un inizio. Un creatore dubbioso, assolutamente lontano dal Dio perfetto che l’immaginario collettivo concepisce come infallibile e consapevole motore dell’universo. La traccia consta di due voci narranti in prima persona, una maschile ed una femminile che giocano, più che sull’ambiguità sessuale della divinità, sul doppio ruolo della stessa in quanto creatore/creatrice. Ambiguità che prosegue nel titolo del secondo brano Deus Nova, nel quale sostantivo maschile ed aggettivo femminile convergono a ribadire l’identità duale seppur irrazionalmente univoca.

“Trying to understand the system of Life
Trying to understand myself
I created the world to be an image of myself, of my mind”

Continua la ricerca di sé stesso del demiurgo, il quale decide di smettere di essere autoreferenziale e provvede a creare l’umanità a propria immagine per specchiarvisi e trovare le risposte ai propri quesiti.

Un’altra voce narrante declama l’ammontare della popolazione mondiale a partire dal 10000 A.C. con cadenza di 500 anni, accompagnata da riff e una serrata sezione ritmica che riportano alla mente i Pain Of Salvation che furono; finisce l’elenco di date e cifre e finisce la musica, lasciando posto ancora all’entità creatrice che prosegue nel proprio viaggio introspettivo dopo la creazione dell’essere umano.
La nascita dell’uomo porta con sé il miglior brano dell’intera opera (Imago), sicuramente uno dei più suggestivi nella discografia tutta della band. Percussioni e mandola concorrono a delineare una pittoresca atmosfera folk, nella quale la voce sempre calda ed espressiva di Daniel si innesta alla perfezione, volteggiando su linee vocali dall’efficacia strabiliante.

“Give me all the forests, give me all the trees
Give me everything as long as it’s for free
Give me all the oceans, give me all the seas
Give me all the breathing BE “

Prende forma in questi versi un tema che diventerà cardine in seguito: l’avidità dell’uomo, la sua incapacità di rispettare il creato e di vivere in armonia con esso.

Pluvius Aestivus è una strumentale pianistica che incanta per delicatezza di arrangiamento ed esecuzione da un lato, e per la capacità di indurre nell’ascoltatore la sensazione di percepire la pioggia estiva (qui intesa come fenomeno creatore) che dà il titolo al brano dall’altro.

Lilium Cruentus (Deus Nova) porta in primo piano la perdita dell’innocenza. Qui si può trovare, più che altrove all’interno dell’opera, i Pain Of Salvation del passato. E’ un brano dinamico, dominato da una sezione ritmica vivace, vigorosa ed incalzante e, inevitabilmente, dall’espressività vocale, capace di strisciare nella disperazione ed esplodere nel dolore, in un’alternanza tra parti parlate, chorus catchy quanto basta ed una parte al limite del rappato. Daniel si muove bene su tutti i fronti, regalando sprazzi di pura emozione in un’altalena di stati d’animo in simbiosi col protagonista del pezzo.

“Life seems too small when Death takes its toll
I need something to blame for this pain”

L’ineluttabilità della fine unita all’impotenza nei confronti della stessa sono ben rappresentate nel pezzo, e la disperazione non può che prendere il sopravvento.

E’ Nauticus (Drifting) ad introdurci una nuova figura nell’intreccio:

“Oh Lord won’t you hear a sinner’s prayer”

Così narra la voce distorta del personaggio, con una cadenza da blues marcio avvolto in una coperta di gospel stanco ed accompagnata da una chitarra acustica discreta.
Il finale è in realtà l’introduzione di Mr. Money, figura centrale del racconto che si svelerà compiutamente nella seguente Dea Pecuniae, una sorta di breve musical che nasce e si compie nello spazio d’una decina di minuti.

“They say it’s lonely at the top
Then I’m as lonely as can be
But I am not too sorry
You see, I’ve chosen this company
I got myself a winning team
It’s Me, Myself and I”

Il paradigma dell’uomo incapace di porre dei limiti al proprio ego, incurante delle conseguenze e tutto votato all’accumulo della ricchezza, alla costante ricerca dell’immortalità, irrompe nella narrazione con forza ciclonica. Una sete di potere che si autoalimenta, nello sprezzo indistinto verso l’altro, il creato, il futuro altrui. E’ eccesso che annienta, iper-individualismo, ostentazione fuori misura; è l’ambizione dell’eterno dominare, è l’io che non ammette gli altri, la negazione dell’anthropos physei politikon zoon aristotelico.
E’ il brano nel quale maggiormente prende il sopravvento l’istrionismo di Gildenlöw, forse eccessivo ma di sicura presa e dal fascino innegabile.

Vocari Dei è una carrellata di ipotetici messaggi a Dio e non merita alcuna analisi.
Diffidentia (Breaching the Core) rappresenta la speculare e disperata presa di coscienza di Imago

“We’re breaching the core – all breaching
We’re breaching the core – still breaching”

e di Animae

“Help me I’m starting to fade
Save me, I’m drifting away
Help me, I’m dying now”

L’essere finito riconosce l’assurdità della propria autodistruzione, ed in lui si specchia l’essere supremo con un lamento drammatico.
La divinità ha finito per vivere indissolubilmente nella propria creazione, ed esprime tutta la disperazione per la propria dissolvenza causata dal decadimento del proprio creato.
Il brano è caratterizzato da un riff grave e cadenzato al quale fa da contrappunto un piano ossessivo. Un impianto solido sul quale è ancora una volta la voce di Daniel a catturare l’attenzione, sdoppiandosi nell’interpretazione angosciata e sgomenta di Imago ed in quella implorante di Animae.

Nihil Morari, dopo un inizio sofferto introdotto ed accompagnato da un riff ripetitivo di basso, un cantato quasi sussurrato ed una tastiera che si limita a fare da sottofondo sonoro, ma fondamentale per legare il tutto, ci riconsegna una band a suo agio nei frequenti cambi di ritmo repentini.

“I am sorry
Please forgive us
For this human lack of humanity
This evolutionary travesty
This tragedy called “Man”
…called “Man”…”

L’umanità è giunta al punto di non ritorno e si rivolge al proprio creatore invocando perdono. Non c’è speranza di salvezza, non è una preghiera all’insegna del do ut des; è semplice constatazione della propria incapacità di gestire le risorse a disposizione e sincero pentimento.

Latericius Valete è un altro pezzo strumentale; guidato dalla chitarra acustica, si apre in un brano orchestrale con un crescendo un po’ troppo dilatato ma efficace fino all’annuncio della decimazione della popolazione mondiale nell’anno 2060 D.C..

“Will you find us the answers
Before we are gone?”

Omni è una breve preghiera per organo e voce, rivolta da Imago a Nauticus, che lascia più che l’impressione di essere un riempitivo, poco giustificabile anche con la sin troppo semplice scusa della narrazione.
Giunge il momento del risveglio di Mr. Money, sopravvissuto grazie alla criogenesi all’ecatombe incorsa. Risveglio quanto mai amaro, come lo stesso protagonista declama:

“Finally I’m at the top of every hierarchy
Unfortunately there is no one left But me”

Iter Impius riesce a donare emozioni in serie sin dall’inizio, consistente in un delicato binomio piano/voce, sul quale si innestano dapprima i fiati e poi gli archi. Il crescendo emotivo è lento ma inarrestabile al pari passo dello stato d’animo del protagonista, cangiante dallo sgomento alla disperazione nella presa di coscienza di quanto sia inutile ritrovarsi in cima quando sotto nessuno alza il capo per ammirare la vetta. Arrangiamenti ed interpretazione sono quasi commoventi nel loro dispiegarsi lungo la durata del brano, nel quale Gildenlöw riesce ad esprimere il suo talento appieno.

Una batteria marziale guida l’inizio di Martius/Nauticus II per la prima parte, lasciando il posto dapprima ad atmosfere cariche di suspense, sfocianti nella reprise di Imago con il suo incedere folk, ed in seguito al finale tribale dettato dalle percussioni incalzanti ed ossessive.

“I am all the breathing “BE”

E’ quanto declama Nauticus II, forma di vita evoluta che annuncia la prosecuzione dell’esistenza nonostante tutto. Può così tornare a nascere un nuovo demiurgo, per quanto la locuzione possa risultare paradossale, nel finale spettante alla traccia conclusiva Animae Partus II:

“I am!”

Il finale chiude un cerchio nel quale risulta impossibile riconoscere il punto d’inizio, e porta con sé numerosi interrogativi irrisolti o, molto più probabilmente, irrisolvibili.
Alla fine dell’ascolto rimane una strana sensazione che resta sospesa tra l’incredulità e lo stordimento.
Incredulità per l’incapacità di riconoscere, se non di quando in quando, i Pain Of Salvation che erano stati sino a qui; stordimento per la quantità di spunti filosofico-letterari contenuti in questo BE.
Opera ambiziosa, debordante, forse troppo pretenziosa, finisce per soggiogare quasi completamente la musica alla narrazione, finendo per essere poco disco e molto altro. BE gode del pregio che tutti i grandi concept album posseggono: riesce ad impressionare. Purtroppo porta intrinsecamente con sé anche i difetti dei quali molti dischi a tema dispongono: risulta prolisso, contiene diversi riempitivi che, se da un lato facilitano il dispiegarsi del filo narrativo come un continuum, dall’altro compromettono il ritmo dell’ascolto.

BE non può avere la pretesa di erigersi a capolavoro senza tempo, dal momento che rimane pur sempre un disco, ed i suoi contenuti musicali, al di là di ogni giudizio personale, non possono certo far gridare al miracolo.
D’altro canto, qualsiasi giudizio critico susseguente ad un ascolto non approfondito non renderebbe giustizia alla mole di lavoro che ha richiesto la composizione dell’opera; BE va sviscerato in tutti i suoi aspetti ed in ogni caso rispettato perchè, nel bene e nel male, consente innumerevoli riflessioni.

Massimo “AcidRain” Ecchili

 

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Lineup:

Daniel Gildenlow – Vocals/Guitar
Johan Hallgren – Guitar/Vocals
Kristoffer Gildenlow – Bass/Vocals
Fredrik Hermansson – Keyboards
Johan Langell – Drums

Tracklist:

1.Animae Partus (I Am) 01:48
2.Deus Nova 03:18
3 Imago (Homines Partus) 05:11
4.Pluvius Aestivus 05:00
5.Lilium Cruentus (Deus Nova) 05:28
6.Nauticus (Drifting) 04:59
7.Dea Pecuniae 10:10
8.Vocari Dei 03:50
9.Diffidentia (Breaching the Core) 07:37
10.Nihil Morari 06:21
11.Latericius Valete 02:28
12.Omni 02:37
13.Iter Impius 06:21
14.Martius / Nauticus II 06:41
15.Animae Partus II 04:09

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