Recensione: Black Heart

Di Eugenio Giordano - 13 Settembre 2003 - 0:00
Black Heart
Band: Invictus
Etichetta:
Genere:
Anno: 2003
Nazione:
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70

Già attivi dal 1996 sotto il nome di Quark7 e autori di due platter i francesi Invictus sono riusciti ad accasarsi alla corte di Limb Schnoor vera leggenda del power metal europeo che grazie all’ausilio dell’ormai notorio Sasha Peath (Heaven’s Gate) ha patrocinato l’esordio degli Invictus dopo lunghi anni di difficoltà incontrate dal gruppo transalpino. La direzione generale del gruppo è inquadrabile nel filone power classico anche se gli Invictus vantano tra le loro fila un vero asso della sei corde, Mikael Fitrzyk, che in molti frangenti riporta i nostri alle sonorità dei primi platter targati Y.J.Malmsteen. Il gruppo sembra intenzionato a comporre musica diretta e decisamente potente senza dimenticare la melodia e il refrain che garantiscono a ogni brano di questo “Black Heart” un indiscutibile appeal sull’ascoltatore. La produzione perfetta e la perizia esecutiva del gruppo emergono fin dai primi minuti di ascolto aumentando notevolmente il valore del disco inquestione.

Si parte con “Depression” che sembra intenzionata a chiarire subito le potenzialità degli Invictus, una serie di riff veloci accompagnati da una sezione ritmica potente e dinamica garantiscono al pezzo il giusto impatto, si notano delle influenze neoclassiche ma direi che il gruppo si astiene da fraseggi prolissi e sterili ripetizioni. Ottima anche la successiva “Whisper” che possiede un mood oscuro e cori enfatici, le linee vocali si basano su una interpretazione frontale e vigorosa, quindi gli Invictus si mantengono lontani dal solito vocalismo acuto tipico di molte altre band power in circolazione oggi. Il mood oscuro si protrae anche nella terza, forse la migliore del platter, “Redemption” che senza dimenticare la melodia e i passaggi neoclassici si rivela un brano graffiante e molto efficace nel convincere chi ascolta, insomma una bella prova compositiva. Più enfatica e corale, ma direi meno riuscita a causa di un abbassamento drastico del ritmo, “Miracle” finisce per annioare dopo qualche ascolto, ma il gruppo francese si rialza rapidamente con la successiva “Burn 7” che invece viaggia veloce e cattiva, ricordando gli stilemi del power amenricano di ultima generazione, insomma un bel brano potente. Più melodica ma non meno riuscita “The strongest” è basata su strofe crescenti e su un bel ritornello che promette responsi notevili in sede live, anche qui il gruppo non si smentisce e dimostra di saper colpire duro quando serve. Troppo lenta, l’immancabile ballata “Since the day” lascia il tempo che trova, ma già con “Wonderland” si ritorna su livelli notevoli, certamente nulla di nuovo sotto il sole, solo l’ennesima canzone power ben assortita e sferrata contro l’ascoltatore con la giusta grinta e cattiveria. Più classica e trascinante “The Ancestor” dimostra il legame tra gli Invictus e il metal degli anni che furono, qui il gruppo si muove su riff quadrati e tempi medi in modo molto riuscito, il brano è anche abbastanza melodico e si ricorda dal primo ascolto. Viagga veloce anche “Car Crash” che possiede un bel riff centrale vagamente Priest oriented, comunque il resto del brano si sviluppa all’interno dei canoni power con ritornelli melodici e refrain coinvolgenti. La conclusiva “The Choice” invece si dimostra un brano poderoso che ingiustamente è stato relegato a chiudere il platter, peccato perchè la grinta e la potenza in questa canzone sono evidenti, forse era il caso di proporla prima.

Naturalmente gli Invictus potrebbero essere catalogati come l’ennesima e inutile band power che non aggiunge nulla a quanto detto dalle altre, ma indiscutibilmente questi quattro francesi sono dotati di talento e grinta, non avranno composto un classico, ma meritano le vostre attenzioni.

Tracklist:
1. Depression – Part 1 (Instrumental) 
2. Depression – Part 2 
3. Whispers 
4. Redemption 
5. Miracle 
6. Burn 7 
7. The Strongest
8. Since The Day 
9. Wonderland 
10. The Ancestor 
11. Car Crash 
12. The Choice

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