Recensione: Black Majik Terror

Di Marco Catarzi - 1 Marzo 2021 - 11:48
Black Majik Terror
Band: Stälker
Etichetta: Napalm Records
Genere: Heavy 
Anno: 2020
Nazione:
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74

Stretto tra le scene dominanti di classic e thrash, lo speed metal nella forma più pura visse il suo apice a metà anni Ottanta. Al di là dell’oceano si manifestava in forme più grezze (Exciter et similia) o dando maggior spazio a soluzioni tecniche e dinamiche (Savage Grace, Agent Steel…), mentre in Europa, soprattutto in terra tedesca, una certa propensione alla melodia lo fece scivolare troppo presto tra le sponde del power metal. Già a inizio anni Novanta molte formazioni americane avevano incorporato nel proprio sound massicce dosi thrash (come d’altronde gli esordi dei pionieri del thrash, Metallica e Anthrax in primis, avevano una forte componente speed).

A conferma che la storia è un susseguirsi di corsi e ricorsi, dopo decenni di oblio, numerose giovani band hanno riportato in auge queste sonorità, con un amore quasi viscerale per gruppi che sembravano far parte dell’album dei ricordi. Il potere della globalizzazione ha mostrato che non solo negli USA (vedi Sölicitör) si è tornati a fare speed, e act come Evil Invaders, Bütcher, Vulture, Evoke hanno iniziato a sfornare album in cui far correre gli strumenti senza freno.

Degni rappresentanti di questa nuova schiera, dalla Nuova Zelanda arrivano gli Stälker, al secondo album con questo Black Majik Terror, sempre su Napalm Records. Il terzetto di Wellington riprende l’approccio intransigente dei migliori Exciter, con una sorprendente verve compositiva, pur rimanendo saldamente entro i confini del genere.

L’opener Of Steel and Fire ci conduce indietro di 35 anni: urlo iniziale ed esplosione di riff, linee vocali fuori controllo, acuti fulminanti e assoli degni di nota. L’evocativo organo della title-track lascia presto spazio a ritmi galoppanti e melodie di chitarra, con un refrain perfetto per scorribande on stage, mentre le parti soliste vanno addirittura a scomodare gli Helloween di inizio carriera (quelli dell’omonimo EP). Le tipiche caratteristiche dello speed si mantengono nelle successive Sentenced to Death e Stalker, dove basso e batteria contribuiscono a formare un muro sonoro che non ha intenzione di arrestarsi e un alto tasso di follia si impadronisce della prestazione al microfono.

Tutto sembra uscire dai migliori vinili di un’epoca lontana (artwork incluso). Le canzoni, pur seguendo la medesima impostazione, risultano decisamente trascinanti fin dal primo ascolto grazie a una forte sinergia strumentale.

Non si vive però soltanto di ritmi frenetici, Holocene’s End è un’immersione nella NWOBHM più oscura, con un andamento ipnotico e sulfureo e un’immancabile accelerazione nella parte centrale. In Demolition e nei restanti brani torna a dominare la velocità, grazie a riff assassini, soluzioni vocali deliranti, ritmiche serrate, fraseggi mozzafiato e “ruvide” melodie.

Fosse uscito negli eighties Black Majik Terror sarebbe stato un capolavoro, adesso è “soltanto” un eccellente omaggio a quelle sonorità, oltre che un album con pezzi di grande impatto e coinvolgenti, per gli amanti della velocità fatta musica.

Ad oggi sono altre le band che stanno provando a far evolvere il metal (non sempre riuscendoci), ma se gli Stälker e gli altri nuovi “adepti” dello speed proveranno a rendere più personale la loro proposta, la situazione potrebbe diventare molto interessante.

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