Recensione: Black Smoke Rising

Di Valeria Campagnale - 14 Giugno 2026 - 9:00
Black Smoke Rising
Band: Gjenferd
Etichetta: Apollon Records
Genere: Hard Rock 
Anno: 2026
Nazione:
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70

Con il loro secondo lavoro “Black Smoke Rising”, i Gjenferd scelgono di non limitarsi alla semplice celebrazione nostalgica del patrimonio hard rock e proto-doom, ma si impegnano a riorganizzarne i codici con una consapevolezza del tutto contemporanea. Lungi dal ricalcare la teatralità fumosa di formazioni affini, il quartetto preferisce muoversi lungo una direttrice più asciutta e strutturata, dove l’amore per il classic rock si traduce in una narrazione lirica curata e in una gestione intelligente delle dinamiche musicali. La forza del disco risiede proprio nella capacità di far convivere una spiccata sensibilità per la melodia, quasi pop nell’efficacia dei cori e delle linee vocali di Vegard Bachmann Strand e Jakob Særvoll, con un’intelaiatura strumentale robusta, dominata dall’interazione costante tra l’organo e un lavoro di chitarra viscerale.
L’apertura affidata a “Crimson Rain“chiarisce immediatamente la proposta della band attraverso un groove blues rock solido, ma è già con la successiva “Bound To Fall” che i Gjenferd scoprono le proprie carte, introducendo trame psichedeliche e linee di basso spigolose che traghettano il pezzo verso esplosioni sonore di stampo modern stoner. Questa elasticità stilistica diventa il filo conduttore dell’intera prima metà dell’album. Brani come Black Smoke” e la successiva Calling Your Name” dimostrano una padronanza impeccabile del contrasto tra momenti di quiete e improvvise fiammate heavy rock, in quest’ultima, in particolare, le tastiere e l’organo tessono una trama occulta e ipnotica che sfocia in un finale serrato, sorretto da cori trascinanti, confermandosi come uno dei passaggi più a fuoco dell’opera. Non si tratta di heavy metal nel senso più rigido del termine, quanto di un heavy rock fangoso, fangoso al punto giusto da lambire i territori del doom senza perdere in fluidità.
Nella seconda parte della tracklist, l’album devia in modo naturale verso suggestioni diverse, assorbendo l’impatto e la quadratura dell’hard rock degli anni Ottanta senza però recidere il legame con le radici settantiane. Episodi cupi e oppressivi come The Thrill” evocano accostamenti suggestivi tra l’approccio di Leslie West e le atmosfere più oscure, mentre The Silence”, introdotta dal breve stacco acustico di Stillferd, gioca sul paradosso del proprio titolo per abbattersi sull’ascoltatore come un’autentica ondata di suono, valorizzando al massimo l’estensione vocale e l’impatto drammatico della composizione.
La chiusura è affidata ai due brani più lunghi e complessi. “Ride On” si sviluppa come un vero e proprio omaggio atemporale alle grandi suite del passato, mentre Like Wildfire”, guidata dalle tastiere, sintetizza tutte le peculiarità espressive della band. Merito anche di una produzione che preferisce una spessa e calda ruvidezza retrò alla pulizia asettica delle registrazioni moderne, Black Smoke Rising” si impone come un’opera organica e matura. I Gjenferd dimostrano di saper guardare al passato non come a un museo da replicare, ma come a una materia viva da plasmare, firmando un secondo album solido, quadrato e privo di cali di tensione.

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