Recensione: Break the Silence

Di Paolo Fagioli D'Antona - 9 Gennaio 2026 - 12:00
Break The Silence
Etichetta: Nuclear Blast
Genere: Altro  Symphonic 
Anno: 2026
Nazione:
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78

I Beyond The Black di Jennifer Haben disco dopo disco nella loro ormai più che decennale carriera si stanno ritagliando uno spazio sempre più importante tra quel filone di band classificato all’interno del moniker “melodic metal”. Partiti come un gruppo più in linea con sonorità affini al symphonic metal nel loro primo platter Songs Of Love And Death del 2015, la band ha visto sin da subito un notevole successo nel loro paese natio, la Germania, dove già con il primo full lenght entrarono nella top 15 delle charts tedesche, vincendo anche un metal hammer award come “best debut” nello stesso album. Ma la popolarità della band di Jennifer Haben è cresciuta disco dopo disco tanto che nel 2023 hanno addirittura avuto l’onore di essere uno degli headliner di quell’edizione del Wacken Open Air, mentre sempre in quello stesso anno grazie al loro self-titled album hanno raggiunto addirittura la posizione numero due delle classifiche tedesche.

Anche a livello di sonorità i Beyond The Black hanno avuto una evoluzione non indifferente; da un symphonic metal a tinte folk molto in stile The Silent Force dei Within Temptation con il loro primo platter, fino ad arrivare ad un qualcosa di enormemente più vario in questo loro sesto full-lenght Break The Silence.

In questo lavoro la band mantiene un certo lato sinfonico al loro metal melodico, ma lo arricchisce con tante altre sonorità spesso vicine alla synthwave, all’elettronica con alcune derive dal sapore etnico. Anche i temi trattati dalla vocalist e scrittrice dei testi Jennifer Haben sono diventati via via più impegnati ed introspettivi andando di pari passo con la crescita personale di una ragazza che al debutto era ancora giovanissima (appena vent’anni). Se quindi i temi sui primi dischi dei BTB erano spesso legati all’amore giovanile usando metafore derivate dal mondo fantasy per farle prendere forma, in questo nuovo album concettuale si parla di temi legati alla comunicazione tra esseri umani in un mondo sempre più diviso, oltre che di resilienza, di forza interiore, anche con venature sociali.

E proprio per dare un messaggio di connessione ed armonia tra popoli in un mondo sempre più diviso, la stessa Jennifer ha rimarcato in un’intervista di aver avuto l’idea di amalgamare insieme tutte queste sonorità derivate da luoghi ed epoche diverse, non parlando solo di suoni, ma anche di lingue, dato che il disco oltre ad essere cantato in inglese (principalmente), tedesco e francese, incorpora anche delle derivazioni più etniche e meno familiari per noi europei. “Dulcis in fundo”, questo Break The Silence è stracolmo di guest che permettono al disco di avere una varietà sonora invidiabile, elevando il suddetto platter ad essere probabilmente il lavoro più vario e diversificato tra quelli della band tedesca.

Il disco è stato anticipato da ben cinque singoli e parte proprio con uno di questi, Rising High, un pezzo ultra energetico e incredibilmente catchy. Esso è un brano che trasuda forza e passione con un ottimo assolo di chitarra, il solito stacco melodico al centro del pezzo dove spicca la voce della Haben, seguito da un groove chitarristico irresistibile, per un brano che non si arricchisce di sinfonie o altre pomposità eccessive, ma che rimane asciutto nelle sue sonorità che ruotano solamente attorno a basso, chitarra, batteria e voce. Insomma un inizio che non mischia troppo le carte in tavola e che non ci regala sorprese ma che allo stesso tempo ci restituisce quello che i BTB sanno fare meglio.

Molto cambia con Break The Silence che oltre ad essere catchy ed energetica, risulta anche molto drammatica, con un velo di sinfonia che arricchisce il pezzo. Ancora una volta c’è un ritornello da cantare a squarciagola con dei deliziosi stacchi acustici dove troneggia la voce delicata ed emozionante di Jennifer Haben, vocalist davvero di grande talento che anche dal vivo riesce a riproporre in maniera incredibilmente pulita e fedele il materiale da studio. Molto bello il videoclip che accompagna il pezzo che mostra come la band abbia curato in ogni minimo dettaglio il prodotto, anche dal punto di vista visivo. Il pezzo infatti può essere visto come un invito a “rompere il silenzio” per quanto riguarda la propria salute mentale e la propria sofferenza, mostrando il vero volto di se stessi senza nascondersi “you think that you’re avoiding to face the dark you fear…..scream and shout for once, the evil you’re facing”. Allo stesso tempo può avere anche un substrato più politico e sociale, riferendosi alle ingiustizie del mondo e la resistenza alla tirannia. Quest’ultimo punto di vista è riflesso nel videoclip del pezzo dove in un futuro distopico una ragazza che ricorda molto una Katniss Everdeen della celebre saga cinematografica Hunger Games (anche per via della spilla che spesso viene mostrata nel video), fugge da delle guardie armate. C’è anche un costante insistenza visiva su quei tipici treni da bestiame che ricordano una delle pagine più buie della nostra storia (la deportazione e lo sterminio degli Ebrei durante il Terzo Reich), per un video che mischia storia e cinema in maniera davvero encomiabile per una visione consigliatissima! Tra l’altro la cosa carina è che ogni videoclip si collega al successivo, dato che per esempio il video di Rising High, finisce con l’inizio di quello di Break The Silence e quello di Break The Silence si conclude con l’inizio del prossimo videoclip e pezzo di cui parleremo ora, ossia The Art Of Being Alone (il tutto ha anche senso trattandosi di un album concettuale).

Questo brano per quanto ci riguarda rappresenta davvero uno dei migliori pezzi mai scritti dai Beyond The Black, con un featuring incredibilmente riuscito con il vocalist dei Lord Of The Lost. Il contrasto tra la voce di Jennifer e quella più funerea e drammatica della voce maschile riesce a dare perfettamente vita alle emozioni intense del brano. Un brano riflessivo ed interiore che racconta le dinamiche di una persona intrappolata in un mondo fatto di isolamento che egli stessa si è costruito – “I made these stones my second skin, I build them high as I am locked within”. Un mondo insomma che risulta essere sia un carcere che un rifugio -“No-one intrudes my secret hideaway, here I can find my inner peace…” – Dopo un duetto memorabile tra i due vocalist, esplode un ritornello assolutamente da pelle d’oca per uno dei pezzi che abbiamo ascoltato di più in assoluto nello scorso 2025 (anche questo era uscito come singolo) e anche in questo caso assolutamente da non perdere il videoclip che accompagna la canzone!

La successiva Let There Be Rain in collaborazione con The Mystery Of The Bulgarian Voices (coro a cappella di voci bulgare), spiazza completamente l’ascoltatore con questi cori giovanili in lingua giapponese su cui si poggiano dei riff belli heavy e granitici che danno in là alla maiuscola prova vocale di Jennifer Haben. Trapelano all’interno del muro di suono anche dei “swirl” elettronici in sottofondo, mentre nel ritornello i cori giovanili si alternano alla voce di Jennifer. Quel “I’m gonna raise my head to the eye of the storm” scandito dalla stessa vocalist rappresenta il fulcro concettuale della canzone, dove si parla di resilienza e della lotta contro un qualcosa che sembra più grande di te. Un brano roccioso, catchy, ma allo stesso tempo dalle sonorità moderne e all’avanguardia e con un altro ritornello splendido.

Vocoder, effetti elettronici ed elementi sintetici ci introducono a The Flood, per quanto ci riguarda forse il pezzo meno riuscito del lotto dove la band spinge un pochino troppo e in maniera un pochino forzata su sonorità più moderne tanto per il gusto di farlo. Beat in stile trap per qualche secondo e poi una bella esplosione vocale da parte della Haben per un brano interessante, innovativo, ma non esaltante come gli altri. Anche l’assolo di chitarra rimane un pochino anonimo.

Non poteva mancare una ballad in un disco dei Beyond The Black ed è così che arriva Ravens (che tra l’altro è il nome adottato dalla fanbase della band). Chitarre acustiche, un’atmosfera enigmatica e soffusa, per un meraviglioso crescendo sonoro anche da parte della stessa vocalist che in questo brano ci regala una performance di gran livello. Effetti elettronici minimali, cori in sottofondo e vocalizzi per un ritornello che viene ripreso in chiave più heavy verso la fine del pezzo in grande stile.

Can You Hear Me ci presenta un altro featuring stavolta con i Lovebites, per un pezzo che strizza l’occhio agli Amaranthe con il suo ritmo sferzante e il suo flirt con l’elettronica. Forse stavolta il featuring tra le due voci non funziona in maniera cosi efficacie come nel caso di The Art Of Being Alone anche per via delle due voci che non hanno una differenza di tono così marcata. Questo brano è davvero travolgente e pieno di energia ma non manca di momenti più espressivi e drammatici.

(La Vie Est Un) Cinéma come suggerisce il titolo, vede Jennifer Haben cimentarsi con la lingua francese in maniera molto convincente, anche e soprattutto per la pronuncia. Un fattore infatti che ci ha sempre stupito riguardo a questa ragazza sta nel fatto che nonostante la nazionalità tedesca, la sua pronuncia inglese è assolutamente perfetta e non traspare per nulla nessuna deriva che possa far pensare al fatto che non sia madrelingua. Stessa cosa si potrebbe dire per la lingua francese, dato che anche il questo caso la sua pronuncia è davvero encomiabile, per un pezzo che flirta con la synthwave e l’elettronica ed esplode in un ritornello elegante e soave, con un feel tra broadway e hollywood e con quel testo in francese che dona quel tocco di classe in più al brano. Non mancano però le chitarre e i riff di stampo heavy, ma cadenzati stavolta, mentre alla fine compare anche una voce maschile.

Hologram è un altro gran pezzo e probabilmente si candida ad essere il nostro non-singolo preferito del platter con il suo approccio tipicamente più heavy per delle sonorità che ci portano indietro al terzo platter della band Heart Of The Hurricane. L’elettronica e i synth in questo pezzo scompaiono riportandoci quella vena più “asciutta” del sound della band. Il punto di forza di questo pezzo però è il ritornello davvero convincente e catchy allo stesso tempo, mentre delle sezioni sinfoniche compaiono verso la fine del pezzo.

Ma è con la conclusiva Weltschmerz che la band si regala l’ennesima sorpresa in una semi-ballad sorretta dal violino cantata in tedesco dalla stessa Jennifer. Un’altra prima volta quindi per quanto riguarda la band. Il brano nella sua prima parte con le sue orchestrazioni minimali e i suoi campionamenti elettronici potrebbe ricordarci qualcosa che possa derivare dalla penna di Arjen Lucassen anche grazie al suo vibe minimale ma allo stesso tempo atmosferico e cinematico. Il brano però verso la fine esplode improvvisamente in una sezione che francamente ci ha lasciato di stucco e che non ci aspettavamo. Molto interessante lo “switch” linguistico dove Jennifer dal tedesco passa all’inglese, quasi volendo evidenziare maggiormente questo cambiamento repentino di atmosfere anche con “l’escamotage” del cambio di linguistico. Deliziosi anche i delicati vocalizzi con cui viene posta la parola fine alla canzone e all’album.

In definitiva i tedeschi Beyond The Black con il loro sesto full–lenght in studio ci regalano uno degli album più ambiziosi, variegati ed eclettici della loro discografia. Tra i flirt con la synthwave, l’elettronica, i richiami etnici di alcuni passaggi, il concept, le liriche e il songwriting, la band dimostra di essere un’entità in continua evoluzione, riuscendo comunque a mantenere quel nucleo sonoro che ha reso questa formazione così amata specialmente nel loro paese natio. Il termine Symphonic Metal va ormai strettissimo al gruppo tedesco, per una band che è molto più di questo e la cui ciliegina sulla torta è sempre rappresentata dalla magnifica voce di Jennifer Haben che continua ad essere una garanzia in questo genere musicale. Insomma un disco maturo, variegato, ben scritto, ma che soprattutto contiene al proprio interno alcuni dei pezzi migliori della discografia della band, pezzi che in alcuni casi sono già diventati delle nuove “hit” dal vivo per il gruppo.

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