Recensione: Dear God

Di Paolo Fagioli D'Antona - 30 Giugno 2026 - 12:00
Dear God
80

Un’attrice famosa che da Hollywood passa al mondo della musica. Ne abbiamo visti tanti di casi come questi nei decenni, ma pochi sono stati effettivamente convincenti e di valore come il caso di Taylor Momsen e dei suoi The Pretty Reckless. L’iconica attrice e star di Gossip Girl e del celeberrimo The Grinch That Stole Christmas però ha sempre avuto come impronta principale una vera e propria devozione per la musica, tanto che ha imparato a cantare e suonare da giovanissima e già nel tempo libero tra le registrazioni di un episodio di Gosspi Girl e l’altro, Taylor scriveva, suonava e registrava con la sua nuova band. Poi la decisione di lasciare il mondo di Hollywood e di seguire il suo vero sogno ed eccoci che a quasi 20 anni di distanza i The Pretty Reckless hanno partorito cinque album in studio (il primo datato 2010), qualche EP (come il meraviglioso rifacimento del 2025 in chiave natalizia del tema principale del film del Grinch) e tanti tanti live show, tra cui un tour intero di supporto a niente di meno che agli AC/DC.

I The Pretty Reckless tornano a 5 anni da Death By Rock N’ Roll con un nuovo album che vede come protagonista il loro rock carico di tinte post-grunge, ma anche di elementi acustici e molto altro, con la solita voce calda, avvolgente ed estremamente ROCK da parte della stessa Taylor. Death By Rock N’Roll a livello di tematiche fu un disco flagellato da tragedie lutti per quanto riguarda la sfera personale della vocalist, mentre Dear God rappresenta quasi un confessionale, una sorta di catarsi e soprattutto di sfogo da parte di Taylor che ci racconta, quasi come fosse una vera e propria “confessione” (nel senso strettamente religioso del termine), le vicissitudini della sua vita arrivata ormai alla soglia dei 33 anni. Già ed è curioso che questa confessione avvenga proprio all’età in cui Gesù per i credenti venne crocifisso, fattore curioso contando i molti riferimenti e le metafore che si rifanno alla religione e al concetto di Dio in questo album. Va precisato comunque che i The Pretty Reckless hanno spesso usato un lato simbolico e lirico che andava fortemente a toccare questo tipo di temi, ma se anni fa la cosa era esplicitata in maniera più provocatoria, basti vedere le liriche e la copertina molto diretta di un disco come Going To Hell del 2014 ( “for the lines that I take… I’m goning to hell, for the love that I make… I’m going to hell!”), ecco che qui appare una Taylor più matura, capace di riflettere sulla sua vita, sugli errori commessi e sulle proprie ferite interiori in delle liriche pregne di spiritualità in cui si citano il libro dell’Apocalisse (Dark Days), la figura di Gesù (Devil In Disguise), I’impersonificazione della morte (For I Am Death), il tema della confessione (Dear God), e altro ancora.

Taylor dal punto di vista lirico l’ha descritto come il suo disco più crudo e onesto, mentre dal punto di vista del sound Dear God è probabilmente meno ambizioso e vario del suo predecessore che includeva canzoni davvero elaborate come 25 per esempio. Questo nuovo platter infatti è più “stripped down” e la cosa si sente anche dal punto di vista della produzione con un suono di batteria più secco e in generale una densità sonora meno avvolgente, con un forte impatto dato dalle chitarre e dalla voce della stessa Momsen che sa essere graffiante ma anche calda ed estremamente emotiva. Una grande voce del panorama rock moderno.

Interessante anche la questione dei tre intermezzi chiamati Life Evermore pt, 1,2 & 3, che se avete fatto caso non sono in ordine numerico nella tracklist. Infatti l’album parte con Life Evermore pt. 2 prosegue con l’intermezzo pt.3 e chiude con pt 1. L’idea è quella di entrare in un qualcosa che è già “in moto” e di chiudere con una sorta di nuovo inizio, volendo rappresentare anche il tema della ciclicità del trauma affrontato nel disco. Da notare oltretutto che a livello musicale questi tre intermezzi sono praticamente quasi identici ma variano a livello lirico (un pochino come fecero i Pink Floyd ai tempi di Animals con Pigs On The Wing 1 & 2 poste in apertura ed in chiusura del disco, stessi pezzi a livello prettamente musicale, ma liriche diverse).

Musicalmente i singoli estratti sono davvero eccellenti. When I Wake Up in particolare che ha scalato le prime posizioni della billbord ed è un pezzo che ricorda di un periodo nella vita di Taylor fatto di eccessi e abusi e che ci riporta per certi versi (anche per le tematiche più crude) ai tempi di Going To Hell. Riff memorabili che esplodono improvvisamente, un chorus da cantare a squarciagola ai concerti e quel -“when I wake up I don’t know where I was last night…. FUUUUCK”-  da cui parte un fantastico assolo di chitarra interrotto improvvisamente dal suono di una sveglia. Un pezzo da novanta della discografia dei The Pretty Reckless che oltretutto suona tipicamente The Pretty Reckless senza mai andare incontro all’autoplagio.

Bella anche For I Am Death, più oscura e minacciosa, con quei suoi riff nervosi ma allo stesso tempo assolutamente esplosiva, specialmente nel ritornello. Molto d’impatto anche il crescendo di rabbia sul finale da parte di Taylor a livello vocale.

La sofferta Love Me è un altro gran bel pezzo, condita da uno strumming acustico e una prova vocale ancora una volta maiuscola da parte della stessa Taylor. Un pezzo essenziale, “stripped down”, asciutto, ma allo stesso tempo trascinante e carico di emozioni e pathos. Si sente in questo disco l’influenza di una band come i Soundgarden nella crescita musicale della stessa vocalist, così come quella dei Beatles che traspare qui e lì, senza contare le venature “Zeppeliniane” e un attitudine che ricorda in parte i Garbage.

La title-track è un’altra highlight assoluta, ancora una volta introdotta da uno strumming nervoso e un’aurea più dark per un pezzo che a livello sonoro rappresenta il lato lirico, ossia una confessione, un pezzo retrospettivo (“that little girl we knew has clearly gone insane”), ma allo stesso tempo una preghiera a Dio (“Dear God, can you lift me up? Keep me from the fire…). Dear God è anche il pezzo più ambizioso del disco con un finale celestiale e grandioso ed un altro ritornello davvero memorabile per un pezzo di encomiabile fattura.

Dragonfire è un altro brano bello ma stavolta anche sorprendente, perché introduce degli elementi folkloristici abbastanza nuovi nella discografia della band. Strumming acustico iniziale prima che la sezione ritmica prenda piede e la canzone si evolva. C’è uno stacco in questo pezzo che suona quasi tra il medievaleggiante e lo psichedelico che ci trasporta in un mondo di fantasia mentre Taylor scandisce “And all the knights in golden crowns will be brought down…. BY HIS FIREEEEEEE” in un’esplosione vulcanica che pare quasi lo sputo del fuoco di un Drago in pieno stile “DRACARYS!!!” e con la nostra Taylor che sembra quasi porsi nelle vesti di Emilia Clarke/Daenerys Targaryen (ogni riferimento al mondo di Game Of Thrones NON è puramente casuale!). D’impatto anche l’assolo di chitarra estremamente “effettato” che anche qui mimica pienamente una colata di fuoco.

About You è un altro pezzo molto godibile che parte con delle chitarre sferzanti ma con una chiave molto melodica. Un pochino AC/DC un pochino pop/rock, ma comunque super efficace per un altro grande ritornello da un sapore melodico ma allo stesso tempo supercarico. Un brano up-tempo con delle magnifiche linee vocali introducendo una vena di spensieratezza nel suono che in questo disco, soprattutto giusti a questo punto della tracklist, ci sta benissimo

Spell On You riporta un pochino i temi di Witches Burn dal precedente album ma si apre con un riffing sferzante dal sapore molto hard rock che ci spiazza sin dai primi secondi. Interessanti quelle tastiere di stampo “Purpleiano” nel ritornello, oltre che le atmosfere più mistiche ed evocative del pezzo, senza contare quella sezione cantata quasi a mo’ di cantilena che donano a questo brano un vibe ancora più ultraterreno ed affascinante.

Peccato che dopo questa lunga serie di pezzi di altissimo livello l’album si affievolisce con Rollercoster Of A Life che seppur godibile risulta non così riuscita e purtroppo Eye Of The Storm continua questo trend. Non esaltante nemmeno l’acustica Devil In Disguise con le sue influenze country, ma è sul finale che il disco rialza la testa con Dark Days, un brano plumbeo, cadenzato, pregno di atmosfera… sembra quasi di star intraprendendo un viaggio solitario in automobile attraverso le polverose e desolate strade del Texas, contornati da nient’altro che la natura e il rombo del motore della propria vettura. Una chiusura particolare e riuscita in un misto tra House Of The Rising Sun (almeno dal punto di vista dell’atmosfera che vuole creare) e gli Audioslave. E sì, forse questo pezzo avrebbe giovato di un “twist” sul finale, un crescendo, un’esplosione che avrebbe reso il brano ancora migliore ma tant’è! Splendido l’assolo di chitarra in mezzo alla canzone per un pezzo da quasi sei minuti che si ascolto con gran piacere e chiude l’album con classe.

In conclusione i The Pretty Reckless tornano in maniera sfavillante con questo nuovo Dear God, accompagnato da dei singoli che diventeranno delle vere e proprie hit della band e delle deep-cut davvero di valore per un disco da 50 minuti che rappresenta una vera e propria confessione tra passato e presente della vocalist Taylor Momsen. Una vocalist che a questo punto forse ha definitivamente tracciato un confine e una netta separazione dalla figura di Jenny Humphrey (Gossip Girl). D’altronde dopo oltre 15 anni di musica, dischi di valore e tour mondiali accanto a giganti della scena potremmo dire che tutto questo è ampiamente dovuto. Appuntamento a novembre quando i The Pretty Reckless torneranno in Italia in un’unica data al quasi sold-out Fabrique! Noi ci saremo!

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Genere: Hard Rock 
Anno: 2026
80