Recensione: Death Magic Doom

Di Angelo D'Acunto - 4 Aprile 2009 - 0:00
Death Magic Doom
Band: Candlemass
Etichetta:
Genere:
Anno:2009
Nazione:
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87

This is the best album we have recorded since Nightfall!“. È con queste
semplici parole che Leif Edling preferisce introdurre Death Magic Doom, album
numero dieci di una carriera ventennale vissuta fra le vette inarrivabili dei
primi quattro dischi e il completo fallimento dell’era Chapter VI, seguito
dall’abbandono da parte di tutti i membri della “formazione classica” e dalle
sperimentazioni poco convincenti di Dactylis Glomerata e From The 13th Sun. Per
i Candlemass arriva dunque il momento di confermare l’ottimo stato di forma di
una line up ormai nuovamente stabile, come già ci avevano fatto capire in
occasione del precedente
King Of Grey Islands
. Però qualcosa è mutato
nuovamente, un cambiamento appena percettibile, se non con un’analisi più
approfondita, ma comunque presente e, in qualche modo, degno di nota.

Se King Of Grey Islands era un disco piuttosto difficile da assimilare
immediatamente, sopratutto per quanto riguarda una ricchezza di sfumature capaci di emergere
completamente solo dopo una buona dose
di ascolti, Death Magic Doom invece è un lavoro che concentra la gran parte
delle proprie forze sopratutto su melodia e
semplicità: strutture ritmiche apparentemente più lineari quindi, molto più dure e dirette e,
sopratutto, piene zeppe di aperture melodiche molto catchy. Attenzione però,
questo non significa che i Candlemass si siano in qualche modo “ruffianizzati”
o, peggio ancora, che stiano passando una fase di crisi creativa. Tutt’altro, la
band è in forma smagliante, e la prova è un songwriting ispirato come non mai, a
dimostrazione di quella che è l’inesauribile vena creativa di Leif Edling e soci.

Death Magic Doom, titolo semplice, quasi un po’ troppo banale, accompagnato
da una copertina altrettanto scarna ma comunque di forte impatto. Come al solito
a distinguersi c’è la produzione dei Polar Studios di Stoccolma, la quale si
tiene ben lontana dagli standard di casa Nuclear Blast, risultando essere ben
più “vera”, possente e curata al punto giusto. Mentre per quanto riguarda le
otto tracce racchiuse al suo interno, tutto quanto riconduce al classico
trademark della band svedese: in primis le tematiche che riaffiorano nei testi
concepiti da quel genio di Leif Edling, sempre a cavallo fra orrore, depressione
e religione; facilmente riconoscibili anche i riffing della premiata ditta
Björkman/Johansson, il drumming incalzante di Jan Lindh, più il valore aggiunto
Robert Lowe, il quale ormai, bisogna ammetterlo, riesce a far innalzare non di
poco il livello qualitativo dei singoli lavori. Le novità (seppur minime) che
ritroviamo sono: una componente melodica più accentuata, una fortissima carica
heavy nelle partiture e l’abbondanza di accompagnamenti tastieristici molto
più presenti rispetto al passato.

Come ormai ci hanno abituato da tre album a questa parte, i Candlemass piazzano
in apertura disco un pezzo lontanissimo dai classici canoni del doom. Non fa
quindi eccezione If I Ever Die, incipit possente e capace di stordire letteralmente
l’ascoltatore a colpi di violente bordate heavy-oriented dal netto sapore
ottantiano. Pochi secondi per riprendersi dagli attacchi frontali della prima
traccia, e subito il combo di Stoccolma torna a marciare sui “giusti binari” con
Hammer Of Doom: pezzo dal gusto decisamente sabbathiano, caratterizzato
sopratutto da ritmiche lente e soffocanti, composte da pochi accordi essenziali
e ossessivi all’inverosimile che guidano a dovere la voce di Robert inizialmente
calda e avvolgente e in linea con le atmosfere ricreate, per poi innalzarsi
improvvisamente su tonalità alte e imponenti in occasione delle sfuriate più
energiche della parte finale del pezzo. Vengono rimescolate nuovamente le carte
già con l’arrivo delle tracce successive: se The Bleeding Baroness è il pezzo
che nessuno si aspetterebbe di sentire da questa band (e non sarà l’unico),
decisamente più energico già rispetto alla precedente e pieno zeppo di melodia,
sopratutto per quanto riguarda un refrain altamente melodico e facile da
memorizzare, Demon Of The Deep rimane invece fedelissima all’attitudine più doom
del gruppo, lasciando largo spazio ad un ritornello finale letteralmente da
brividi. Segue la stessa scia anche la successiva House Of Thousand Voices,
anche se più lineare e, in alcuni tratti, più oscura e soffocante, grazie
sopratutto alle atmosfere sinistre ricreate al suo interno. Il lato più duro e
diretto della band torna a farsi intravedere nuovamente con Dead Angel,
cavalcata furiosa guidata dal riffing aggressivo ed efficace ad opera della
coppia Björkman/Johansson e, nuovamente, contraddistinta da quelle linee
melodiche che si stampano in mente già dopo il primo ascolto. Su livelli più
“standard”, ma non per questo meno efficace, Clouds Of Dementia, mid-tempo
ossessivo, coinvolgente e che prepara l’ascoltatore per le emozioni del gran
finale dedicato a My Funeral Dreams: brano caratterizzato dal continuo
alternarsi fra parti lente, riflessive e guidate dai delicati arpeggi in clean
delle chitarre, e fra sfuriate più elettriche e cariche di adrenalina, dove a
farla da padrona c’è sempre la voce di un Robert Lowe autore dell’ennesima
prestazione da pelle d’oca.

Soffermiamoci nuovamente sulle dichiarazioni di Leif a riguardo:
Death Magic
Doom
può essere paragonato ai capolavori del passato? Sicuramente no. Con il
passare degli anni il sound della band svedese è cambiato, fino a raggiungere un
perfetto equilibrio fra le atmosfere più oscure dei primi dischi e le soluzioni
decisamente heavy-oriented adottate nel periodo sperimentale. In sostanza,
questo decimo album dei Candlemass non è altro che l’amalgama di tutte le anime
con le quali il gruppo si è espresso nel corso della carriera. Sarà sicuramente
capace di
conquistare il cuore dei fan più esigenti e, allo stesso tempo, riuscirà a farsi
apprezzare anche da chi non ha così tanta familiarità con il genere in
questione. Certamente non è il miglior album pubblicato dopo Nightfall,
ma, per adesso, può essere considerato come il punto più alto raggiunto nel
periodo post-reunion.

Angelo ‘KK’ D’Acunto

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Tracklist:

01 If I Ever Die
02 Hammer Of Doom
03 The Bleeding Baroness
04 Demon Of The Deep
05 House Of Thousand Voices
06 Dead Angel
07 Clouds Of Dementia
08 My Funeral Dreams

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