Recensione: Deathmachine

Di Daniele D'Adamo - 26 Agosto 2007 - 0:00
Deathmachine
Band: Myrkskog
Etichetta: Candlelight Records
Genere: Death 
Anno: 2000
Nazione:
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83

I Myrkskog, norvegesi, nascono nel 1993, e navigano in un underground di matrice black metal sino al loro album di debutto, “Deathmachine” (2000), con il quale definiscono compiutamente il loro stile: una mostruosa, potentissima miscela di black/death, ove però la parte death è senza dubbio quella predominante. Il gruppo è in stretta analogia con i connazionali, e più noti, Zyklon. La line-up di “Deathmachine”, infatti, è composta da Destructhor – guitars/vocals (anche chitarrista negli Zyklon assieme a Samoth), Master V – vocals/bass, Savant M – guitars, e Sechtdamon – drums (che invece negli Zyklon si occupa di bass e vocals).

Tanto per far capire a cosa si troverà di fronte l’ascoltatore, l’album parte con ‘Discipline Misanthropy’, alla quale viene dato il via con un’arma, non bene identificata, che viene caricata, pronta per sparare. La canzone riassume in sé molte delle caratteristiche musicali del gruppo, che si possono condensare in un unico termine: estremo. Tutto è estremo, in “Deathmachine”: gli strumenti vengono suonati con potenza e velocità brutali, tali da riuscire a costruire un poderoso muro di suono denso e senza crepe, in ciò aiutati dalla produzione, che non fa perdere potenza al sound, quando questo viaggia alle massime velocità possibili. Anche il cantato, il classico growl di matrice death, è aggressivo, isterico e mai soffocato dalla furia strumentistica.

Ma la peculiarità di questo platter, è la visionarietà. L’intento del quartetto è di immaginare come possa essere estrinsecato il concetto di musica metal in un futuro – neppure tanto remoto – dominato da macchine dispensatrici di morte: il tono che caratterizza l’album è allora cupo, tetro, oscuro; in ciò aiutato dall’innesto di numerosi campionamenti hyper-tech ed anche nell’uso di tastiere che sottolineano tale atmosfera di morte e distruzione (‘A Poignant Scenario of Horror’). I tempi delle canzoni sono sempre vari, passando da velocità estreme, a mid-tempos potentissimi e pesantissimi, con successivi, fulminei cambi di tempo che rendono i brani stessi dinamici, vari e coinvolgenti (memorabile a tal proposito il break finale di ‘The Hate Syndacate’).

Non mancano poi canzoni dall’approccio che si può definire una sorta di hyper-thrash (‘Sinthetic Lifeworm’, nella parte iniziale), ciò reso possibile dalle parti di chitarra, spesso più vicine al thrash per compattezza, potenza, durezza e consistenza, che al death. Non mancano momenti molto complessi e di difficile assimilazione (‘Syndrome 9’, poi re-mixata in versione tech come ‘Pilar Deconstruction’), ma con la musica sempre ordinata nelle trame e chiaramente percepibile, pur nel concetto di estremizzazione sempre presente; come non mancano momenti di assoluta trance da hyper-speed (‘Morphine Mangled Torture’).

Ma è in ‘Deathfare to the Devil’, che l’album tocca l’apice di intensità delle caratteristiche sopra descritte: melodie cupe ed oscure, velocità parossistiche, cambi di tempo rapidissimi, growling delirante ed isterico, rallentamenti da brivido, accelerazioni violentissime, il tutto sempre nell’ambito di quella visionarietà post-futuristica cui si è sopra accennato, senza mai un attimo di tregua, senza mai un attimo per respirare. Il platter si chiude (non considerando il remix di ‘Syndrome 9’), con la canzone che dà il titolo all’album: ‘Deathmachine’. Anch’essa permeata dal senso di estremo che persiste in tutte le componenti musicali, ma qui – se possibile – reso ancora più intenso grazie alla cucitura a trame fittissime delle chitarre e del basso che, insieme alla batteria, producono un tappeto ritmico senza alcuna soluzione di continuità.

In conclusione, un album veramente di difficile assimilazione in virtù della totale estremizzazione strumentale, sia per quanto riguarda la potenza che per la velocità, e di un songwriting costantemente teso a produrre trame musicali fittissime, intricate, complesse, ma mai casuali o disordinate. Il tutto, permeato da quell’alone futuristico tetro ed oscuro generato dal sound nel suo complesso che, di fatto, rende l’album praticamente unico nel suo genere.

Daniele “dani66” D’Adamo

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