Recensione: Decay

Di Giovanni Picchi - 22 Gennaio 2026 - 11:00
Decay
Band: Wretched
Genere: Death 
Anno: 2025
Nazione:
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76

In tutta sincerità non conoscevo i Wretched prima di sobbarcarmi la recensione di questo “Decay”, pubblicato alla fine dell’anno appena terminato e che non poco mi ha attratto, facendomi incuriosire anche sulla storia passata di questa band. Proveniente da Charlotte nel North Carolina, il quartetto (ma in cinque elementi in sede live) giunge al quinto album in studio dopo ben 11 anni dall’uscita del precedente “Cannibal”. Fino ad allora aveva pubblicato tre full-lenght in un ristretto lasso di tempo tra il 2009 e il 2012. Il loro stile si presentava come una sorta di crossover tra un technical death-core (soprattutto nei primi due album, “The Exodus of Autonomy” e “Beyond the Gate”) e un death metal ancora più ibrido e pesante ma dalle sfumature melodiche e claustrofobiche (più evidenti invece nei successivi album “Son of Perdition” e nel citato “Cannibal”) fino ad incamerare sprazzi progressive metal, riscontrabili soprattutto nei brani strumentali che fanno capolino in tutti i loro dischi e che, devo dire, sono eseguiti veramente bene poiché danno un tocco di personalità in più alle loro opere. Piacevole scoperta quindi: certamente la loro proposta quantomeno estrema non li ha fatti emergere dalla massa, non essendo poi canzoni facilmente memorizzabili e necessitanti di più ascolti per essere interiorizzate.

Al contrario, con quest’ultimo disco, la band americana cambia le carte in tavola: sarà stato il lungo periodo di pausa o il passaggio alla Metal Blade o anche il ritorno del cantante originario Billy Powers, fatto sta che con questo “Decay” i nostri mostrano maggiore attenzione per il songwriting inserendo degli elementi compositivi che le rendono maggiormente riconoscibili una dall’altra, soprattutto grazie all’utilizzo di trame melodiche e atmosferiche dall’afflato fortemente cupo e malinconico. Pertanto le note che fuoriescono dal lettore si avvicinano maggiormente alle arie solenni e drammatiche di band quali Paradise Lost o My Dying Bride piuttosto che ai fraseggi tecnici e frenetici che ci hanno fatto apprezzare gruppi quali The Faceless, Inferi o Enterprise Earth ai quali il gruppo americano sovente era solito accostarsi. Dal punto di vista strutturale, inoltre, la maggior parte delle canzoni presenta ritmiche lente e cadenzate, a tratti quasi doom, anche se non mancano pezzi veloci o più elaborati e potenti. Ci sono anche (e più frequenti che in passato) momenti sperimentali e lontani dal genere madre, riecheggianti un certo progressive metal che tanto ha riempito i nostri timpani nel corso degli anni. La volontà è quindi quella di creare in piena libertà artistica le giuste atmosfere per i testi delle canzoni: si tratta anche qui, come i precedenti, di un concept album la cui trama si ricollega con quella del secondo e del terzo album ispirata al fumetto manga Fullmetal Alchemist, dai contenuti inquadrabili tra il fantasy e il surreale e in cui la tematica principale è la “decadenza” spirituale e fisica del personaggio Malus che dà anche il titolo all’album.

Le prime cinque canzoni sono caratterizzate da suoni potenti alternati a momenti più fluidi e melodici. Anche la chitarra disegna melodie fortemente ispirate che connotano ogni singola composizione e la voce di Powers spazia da un growl possente ad uno screaming esteso, molto a suo agio nelle parti più pesanti ma che stride un po’ con le strutture eleganti delle canzoni. L’opener “Decay” esplode subito, con le sue ritmiche lente e ossessive, quasi doom. La canzone è dotata anche di assoli di chitarra da parte di Steven Funderburk, l’ultimo dei quali, a chiusura della canzone, è melodico e malinconico. La seconda, “Malus Incarnate”, è caratterizzata all’inizio da riff di chitarra quasi black metal per poi rallentare e sfociare in trame death-core oriented e dissonanti, amplificate ancor più dalla voce urlata e ossessiva di Powers. “The Royal Body” è invece più lunga e articolata, epica e maestosa, dal ritmo lento ma con gli strumenti che si ritagliano spazi più ampi, con la chitarra che tesse un refrain melodico e incisivo; da rilevare anche l’ottimo lavoro al basso di Andrew Grevey, ben udibile per l’intero album. Sulla stessa lunghezza d’onda delle precedenti è “The Crimson Sky”, la più bella del lotto in quanto il cantato è più vario e incisivo e si alterna con il bel refrain di chitarra creando un dedalo sonoro affascinante. “Radiance” inizia veloce e violenta, molto vicina agli stilemi passati della band, per poi rallentare e ripartire ancora con riff pesanti contornati da motivi malinconici e tristi, in cui risalta anche il grande lavoro dietro la batteria di Marshall Wieczorek. Da questo primo lotto di canzoni si deduce che l’intento della band è anche quello di sorprendere l’ascoltatore mescolando vari stili musicali in assoluta libertà pur mantenendo un’ossatura ritmica coerente e univoca.

Con la sesta “Clayrvoyance” si compie una svolta a 360°: i suoni si fanno più fluidi, interviene la chitarra acustica e il cantato di Powers si fa finalmente più soffuso, tra sussurri quasi recitati e timbriche harsh per un pezzo molto coinvolgente e sorprendente: il particolare modo di interpretare la voce in questo brano non sarebbe stato male se fosse stato adoperato anche in altri momenti del disco in cui i suoni si presentano più languidi e soffusi. L’atmosfera sognante ed eterea continua con le due canzoni successive, in cui la prima funge da introduzione alla seconda e che confermano la tradizione della band di inserire parti strumentali lunghe all’interno dei loro dischi: la tastieristica e atmosferica “The Mortal Line”, che ricorda in parte, nei suoi tre minuti e mezzo, lo stile “dungeon sinth” di Mortiis, e la seconda “Behind the Glass”, una vera e propria suite di 16 minuti in cui prende forma la vena più progressiva della band, tra parti acustiche di stampo folk, tastiere in pieno stile prog e anche momenti più heavy dal sapore groove, il tutto condito dalle onnipresenti melodie malinconiche: sentite il cambio di ritmo al minuto 5:16, che sembra quasi riecheggiare il passaggio atmosferico della più celebre “Seventh Son of a Seventh Son” accompagnata da sorprendenti chitarre in stile “spaghetti-western” e il basso pulsante di Grevey che detta le ritmiche per quasi tutta la canzone, per un pezzo pienamente immersivo e atmosferico che, nonostante la sua lunghezza, tiene alta l’attenzione non annoiando affatto. Interessante anche lo stacco al minuto 9.50 in cui riemerge la parte elettrica con l’assolo finale bellissimo di Funderburck: pezzo da riascoltare più volte tra le luci soffuse della nostra camera da letto. Dopodiché inizia la parte finale del disco con le ultime quattro canzoni, che sono caratterizzate ancor più da un forte dinamismo che si esplica questa volta attraverso vari stili death metal segnando quasi un netto distacco stilistico con le canzoni precedenti, più lente e malinconiche. Se “Lights” può benissimo essere un brano in stile technical death-core, con i tipici breakdown, il growl urlato e i suoni dissonanti, “The Golden Tide” spiazza completamente l’ascoltatore assestandosi su un classico death metal cadenzato non scevro di passaggi tecnici e con un refrain ripetuto più volte. E se “Blackout” si distingue per la sua varietà, per cui può essere annoverata nell’ambito del technical death metal più tradizionale, la conclusiva “The Golden Skyway” sembra uscita da “Whoracle” degli In Flames e si avvicina molto per stile anche alle scritture dei Dissection, per cui può benissimo essere definita melodic-death metal.

In conclusione, il ritorno dei Wretched non passa inosservato in quanto può risultare per certi versi spiazzante ma possiede come denominatore comune un dinamismo molto accentuato per cui “Decay” rappresenta un notevole passo in avanti verso una più che meritevole notorietà, proiettandoli verso lidi più adeguati alle loro potenzialità.

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