Recensione: Detachment

Di Roberto Gelmi - 10 Aprile 2017 - 16:41
Detachment
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno: 2017
Nazione:
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88

Quinto album per i prodigiosi modenesi Barock Projest, una delle migliori realtà progressive italiane. Non userò mezzi termini, Detachment è un disco eccezionale e riesce a strappare consensi al primo ascolto, cosa rara di questi tempi. La copertina è intrigante (degna dei Kamleot), il minutaggio generoso. I dodici pezzi che compongono il platter presentano un ventaglio sonoro dei più variegati e la bravura tecnica dei quattro musicisti chiamati in causa è indiscutibile. Circa il mixing, il lavoro svolto da Luca Zabbini (anche al mastering) è meritorio.
 
Ma veniamo alla musica. Dopo un intro raffinato di pianoforte, “Promises” è un opener che sa dire il fatto suo. Inserti di musica elettronica, drumwork poliedrico e incalzante, vengono in mente i Porcupine Tree, ma la positività che si respira è altra cosa. Con un inizio di questa caratura l’ascoltatore non può che sentirsi ancor più invogliato a proseguire la scoperta dell’album. Meno tirata la seguente “Happy to See You”, ma non manca la classe e un hammond nel finale che ricorda i fasti degli IQ.
One Day” è aperta da un giro di chitarra acustica e si rivela un pezzo falotico con inserti di nacchere, flauto traverso e linee di basso corpose. Il refrain è melodico e un filo stucchevole, ma perdoniamo questo e altro ai nostri. Un respiro affannato e inserti etnici in “Secret Therapy”, brano umbratile che svela un ritornello solare e catchy; canzone più lunga in scaletta, “Broken” regala, invece, nove minuti dii emozione pura. La voce di Peter Jones e Ludovica Zanasi donano maggiore spessore al brano che nel finale richiama anche gli ultimi Dream Theater rockettari. “Old Ghosts” e “Alone” sono pezzi atmosferici, due mini-ballad che mantengono il tracciato sonoro su binari di qualità e ricercatezza. “Rescue me”, dal canto suo, è un hit ammiccante e divertita, i BP sanno cambiar atmosfera in pochi secondi, con giusto effetto sorpresa. Nel finale d’album segnaliamo i fuochi d’artificio strumentali in “A New Tomorrow” e i momenti di follia presenti nella conclusiva “Spies”, tra Pink Floyd e i già citati DT.
 
In definitiva Detachment è un album ricercato, curato nei minimi dettagli, eclettico e dalla grande longevità. Vengono in mente sonorità vicine ai Riverside e a Steven Wilson, quasi ci si dimentica che i Barock Project non sono anglofoni… La classe non è acqua e va premiata, i BP sono ormai tra gli alfieri indiscussi della grande musica progressive italiana. Con un simile full-length possono puntare davvero in alto.
 
Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

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