Recensione: Diabolus In Musica

Di Daniele D'Adamo - 27 Settembre 2007 - 0:00
Diabolus In Musica
Band: Slayer
Etichetta:
Genere:
Anno:1998
Nazione:
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75

Dopo quattro anni da Divine Intervention (1994, American), e cinque dal traumatico cambio di line-up dovuto al subentro di Paul Bostaph (Forbidden e Testament) al posto di Dave Lombardo dietro le pelli, gli Slayer – per il resto della formazione nella struttura base degli esordi (Tom Araya: basso / voce, Kerry King: chitarra, Jeff Hanneman: chitarra) – danno alle stampe Diabolus In Musica, settimo full-length nella loro venticinquennale carriera. Album decisivo, in quanto, dopo quattro anni di silenzio, sembrava che la carriera dell’act americano, superati da un pezzo i fasti dell’inarrivabile Reign In Blood (1986, Def American), fosse destinata ad una prolungata fase di stagnazione o, addirittura, al tramonto definitivo, dopo la prova in calando, rispetto ai lavori precedenti (Seasons In The Abyss, 1990, Def American), del citato Divine Intervention; tenuto anche e soprattutto conto della moria di gruppi che, a metà degli anni ’90, fece temere addirittura per la sorte del thrash.

Immediatamente, però, ogni dubbio viene fugato: con Bitter Peace, in apertura, si comprende che il gruppo non ha troppo voglia di snaturare la propria identità. Introduzione in crescendo, suono cattivo, malato, riff assassini, ritmica rapida e immediata, screaming aggressivo alternato a parti in clean altrettanto d’attacco, stop & go, accelerazioni, decelerazioni, rapidi cambi di tempo, assoli laceranti. In sostanza, la più classica esternazione dello Slayer sound. Groove tipico che si ritrova immutato in Stain Of Mind ove, nell’introduzione, si sentono richiami arcaici alle sonorità di Show No Mercy (1983, Metal Blade), leggendario album d’esordio dell’act americano, per poi sfumarsi in un complesso ed articolato riffing, sottolineato da un cantato stizzoso di Tom Araya. Oppure in Screaming From The Sky, mid-tempo in doppia cassa dai riff ricercati e dal tono cupo e greve, che riporta alle classiche atmosfere nere e maligne che hanno sempre caratterizzato il sound del gruppo. Anche la quinta canzone del platter, Perversion Of Pain, con il suo incedere possente e incalzante, e con il suo refrain dissonante, non presenta particolari novità, soprattutto quando il ritmo accelera per dar spazio agli assoli di chitarra. Si ritrova poi nuovamente il tono cupo ed ossessivamente cattivo di cui sopra in In The Name Of God, dal riffing corposo, dagli assoli lenti e sinuosi e dal cantato urlato e nervoso di Tom Araya. Sulla falsariga di questa canzone, si prosegue con Scrum, dai riff vari, feroci ed aggressivi, sostenuti da un fulmineo drumming di Paul Bostaph, che in quest’occasione non fa certo rimpiangere Dave Lombardo. Point, che chiude il lavoro, è un altro esempio di canzone di richiamo allo stile secco, veloce, diretto, potente, devastante ed isterico del gruppo, senza quindi innovare alcunché nella storia del platter.

Tuttavia, non mancano elementi di novità, seppur innestati sulla matrice sonora tipica e consolidata del gruppo. Death’s Head, ad esempio, presenta un riuscito movimento ritmico altalenante e non-lineare, dovuto principalmente alle linee di basso di Tom Araya che, con il suo cantato, filtrato e sofferto, dona alla song stessa uno stile moderno ed originale. Poi Overt Enemy, dall’introduzione doom, dal cantato melodico, seppur denso di effetti sintetizzati, dal prosieguo lento e cadenzato sino al break in doppia cassa, molto potente e pesante per il lavoro sinergico (caratteristica primigenia del gruppo, questa) delle due chitarre. In Love To Hate, sesta canzone dell’album, si trovano forse le novità che più si discostano dall’ortodossia slayeriana: un’introduzione che produce una strana sensazione di “risucchio”, è seguita da un cantato dall’incedere ritmico tipico del Rap. L’effetto complessivo è però originale e gradevole, con le chitarre che si alternano, rincorrendosi e sovrapponendosi continuamente. Molto dissonante, lenta ed introspettiva è Desire, che però presenta anch’essa sprazzi ove il marchio di fabbrica del gruppo emerge prepotentemente, ad esempio negli assoli di chitarra o nei break centrali, potenti e cadenzati. Analogamente, Wicked è un lento, oscuro trascinarsi verso un abisso di follia, accompagnati dal cantato – anche in questo caso filtrato durante il ritornello – di Tom Araya, con il motivo principale del brano che si ripete in modo quasi subliminale, per poi cambiare radicalmente verso la fine della canzone stessa, quasi che non ne faccia più parte integrante.

In sostanza, un album che risente del periodo di depressione del thrash nella seconda metà degli anni ’90, concretizzatosi specificamente nell’abbandono del songwriting semplice ed immediato del genere stesso, verso la ricerca di nuove soluzioni che a volte appaiono fuori luogo o forzate, soprattutto nell’uso insistito e abusato di effetti nel filtraggio della voce di Tom Araya. Ma anche un album ove lo stile unico ed immediatamente riconoscibile del gruppo non viene mai a mancare, sintomo di coerenza e onestà verso sè stessi e verso gli aficionados del gruppo stesso.
 
Daniele D’Adamo

Tracklist:
1 Bitter Peace
2 Death’s Head
3 Stain Of Mind
4 Overt Enemy
5 Perversion Of Pain
6 Love To Hate
7 Desire
8 In The Name Of God
9 Scrum
10 Screaming From The Sky
11 Wicked
12 Point

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