Recensione: Eat The Heat

Di Enzo - 22 Marzo 2005 - 0:00
Eat The Heat
Band: Accept
Etichetta:
Genere:
Anno: 1989
Nazione:
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90

Dopo lo strepitoso “Russian Roulette”, gli Accept decisero clamorosamente di effettuare un cambio di line up che vedeva David Reece subentrare allo storico singer Udo Dirkshneider (che andò poi a formare i suoi U.D.O.).
Il bellissimo “Eat The Heat” non fu certo il classico “Accept album”, infatti il riff quadrato targato a fuoco Accept tipico dei lavori precedenti si era trasformato in qualcosa di meno distruttivo ma sempre e comunque portatore di un purissimo Heavy metal ma decisamente “class oriented” (ed è in quest’ottica musicale che giudicherò il disco).
Il platter è inaugurato dalla monolitica quanto stupenda X-C-T (Judas Priest meets Accept), aperta da un funambolico assolo riproposto poi nel mezzo della song, interpretata per altro in maniera originale ed aggressiva dal nuovo singer. E’ Generation Clash, pezzo caratterizzato da incredibili refrain accompagnati da monolitici chorus, ad assestare un altro colpo di duro Heavy Metal acceptiano ai nostri timpani (chi diceva che l’Heavy Metal era assente?) mentre la stupenda Chain Reaction è portatrice di un puro Hard Rock melodico di fattura più che pregevole. Si rivela essere un’indiscussa hit del disco l’appassionante Love Sensation (che fa il verso al mitico Rhett Forrester solista). La song, insieme alla seguente Turn The Wheel (più veloce e granitica) forma un incendiario blocco di Heavy Metal scolpito da riff di gran classe.
Ma è con la clamorosa Hellhammer (uno dei brani più belli della storia della band) che il disco raggiunge uno dei suoi punti artisticamente più elevati. La song è un’autentica tempesta d’acciaio scandita dai melodici eppur vorticosi riff messi su dal duo Stacey/Hoffman, i refrain aggressivi ed accattivanti (“Hellhammer! Hell hellhammer!”) sono accompagnati da arrangiamenti sopraffini, il brano addirittura vede un rallentamento dei ritmi verso il finale all’insegna di una più struggente quanto epicheggiante melodia, incredibile. Ma il discorso continua senza perdere mordente nelle fantastiche e geniali trovate strumentali della perla di Heavy Metal melodico che viene a nome di Prisoner (vera hit!) dalla stupenda e pomposa costruzione strumentale, mentre è un class metal più consono quello presente nella ruffiana I Can’t Believe in You (dal bellissimo refrain).
Sono 8 lunghi minuti di pura poesia sonora quelli che caratterizzano la ballad Minstread che vede un Reece davvero in stato di assoluta grazia. Nella seguente ed AOR oriented Stand 4 What U R le trame chitarristiche di Hoffman ricamano un muro sonoro di pregevolissima fattura cui si adagia la calda e graffiante voce di Reece scandita dall’eccellente drumming di Kaufmann. Ed ancora sono i mitici vocalizzi del singer a marchiare a fuoco la successiva Break The Ice, vorticosa fast song che strizza l’occhio agli Stryper di “To Hell with the Devil” (versione appesantita!) e al Jack Starr di “Out of Darkness”, mentre si torna su territori più consoni al passato discografico della band (“Russian Roulette” era) con la velocissima quanto possente D-Train, un’autentica corazzata di metallo pesante che viaggia come una furia su infuocati binari d’acciaio e capace di travolgere tutto e tutti con il suo sfrontato incedere. La song chiude così questo platter come pesante monito a ricordare al mondo dell’Heavy Metal chi sono gli Accept.

Con Eat The Heat la band tedesca ha dimostrato di poter cambiare e sperimentare pur rimanendo saldamente ancorata nei territori Heavy Metal (squesta volta “di stampo USA”) confezionando un disco molto diverso dai precedenti e totalmente “class oriented”. Molte persone hanno sempre denigrato questo lavoro, c’è bisogno di specificare che molti metallari parlano solo per dar aria alla bocca? Credo di no.
Accept, “Eat The Heat”, qusto è Heavy Metal (di classe) ragazzi.
Vincenzo Ferrara

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