Recensione: El batec dels maquis

Di Daniele D'Adamo - 26 Aprile 2026 - 13:00
El batec dels maquis
Band: Sotabosc
Etichetta: Dunk! Records
Genere: Black 
Anno: 2026
Nazione:
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82

La magia del post-black metal non accenna ad affievolirsi, anzi. Ma perché magia? La spiegazione non deriva da deduzioni formali o enciclopediche ma, bensì, dalle emozioni che, come un vortice, ruotano lentamente o velocemente, a seconda dei momenti, attorno al cuore. Inteso ovviamente non come organo ma come ricettore di emozioni, accompagnate a sentimenti che, se si ascolta la voce della propria anima, danno vita a una magia, appunto.

Magia musicale che, è chiaro, non tutte le band riescono ad attivare con forza e determinazione. Perché il post-black è un qualcosa che parte da una certezza, il black metal, per confluire nel mistero: il post-black, proprio. In base a ciò, quindi, dalla selezione naturale, esattamente come accade per gli altri generi metal, giungono sugli scaffali dei negozidi dischi solo le migliori proposte.

Una di questa sono i Sotabosc che, con “El batec dels maquis“, debuttano sulla scena mediante un lavoro che si distingue, peraltro, dai testi in catalano, vera e propria lingua diversa dallo spagnolo. Testi dal soggetto politico, questi plausibile in virtù di un passato ormai remoto narrante le vicissitudini dittatoriali della Spagna. In genere, per converso, le tematiche del post-black riguardano principalmente la Natura e tutto l’universo che le ruota attorno, per il preciso motivo di dare più spinta alla musicalità del (sotto)genere in esame.

Detto questo, un’altra peculiarità che caratterizza i Nostri è che non sono una one-man band, tipologia di formazione che attraversa il black metal tutto in tutte le sue propaggini, con tutti i difetti tecnico/artistico che, spesso, ne conseguono. Al contrario, essi sono un vero e proprio gruppo che, con quattro attori, può produrre un sound robusto e professionale, ideale per essere messo sotto contratto, seppure con una label underground come la Dunk! Records.

Giusto per fare un esempio di come sia preferibile l’esistenza di un raggruppamento di attori, Óscar Linares oltre alla chitarra suona anche il basso che romba, terribile, in sottofondo, regalando al suono che esce dagli speakers una dose massiccia di potenza genuina. Le chitarre. Il fulcro della magia di cui sopra. Indispensabili per eruttare riff possenti quando la batteria di Manel Song sfonda la barriera dei blast beat. Indispensabili quando il ritmo cala vertiginosamente e gli arpeggi abbracciano morbidamente le note più alte per ricamare meravigliosi, immaginari arazzi che ritraggono paesaggi di tutti di tipi. Dai boschi della Catalogna alle pianure finlandesi, dalle contrade del Regno Unito alle incommensurabili montagne dell’Antartide. E tutto questo, a dispetto degli argomenti trattati perché ora è solo la musica a sussurrare oppure urlare a seconda delle circostanze.

Quando, poi, il vocalist mostra un’attitudine pressoché perfetta a estrinsecare con le proprie, disperate harsh vocals, tutto quanto porta dentro, il quadro diviene finalmente perfetto. David Rodríguez non usa mai le clean vocals ma solo e soltanto uno screaming struggente, ben percepibile grazie alla bravura dei singoli membri dell’act di Barcellona. Harsh vocals e screaming. La differenza è lieve, tuttavia Rodríguez è molto abile a miscelarle per ottenere il risultato anzidetto. La manifestazione di un arcaico male di vivere? Probabilmente sì.

Del resto, le quattro song che compongono il disco si comportano in maniera del tutto uniforme allo stile della compagine catalana. Stile dal carattere multiforme in ordine ai vari cambi di tempo e di sostanza, visto che si passa dai delicati arpeggi di “Freyja” alla furia devastatrice insita in “El batec dels maquis / Records vius en la foscor“. Una varietà che porta l’ascoltatore a non precipitare nel tedio ma, di contro, a chiudere gli occhi e volare nel mondo dei sogni, dove le emozioni e i sentimenti vagano liberi, in attesa che qualcuno li porti nel cuore.

In questo, e in tanto altro che si scopre a poco a poco mentre si scorrono avanti e indietro le canzoni di “El batec dels maquis“, i Sotabosc riescono non bene, benissimo. Con ciò, assurgendo a una delle realtà più vere del post-black metal, da prendere come metro di paragone per chi volesse seguirne le orme.

Daniele “dani66” D’Adamo

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