Recensione: Empty Hands

Di Paolo Fagioli D'Antona - 26 Gennaio 2026 - 12:00
Empty Hands
Band: Poppy
Etichetta: Sumerian Records
Genere: Modern Metal 
Anno: 2026
Nazione:
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77

È oramai da qualche anno che la singer/songwriter statunitense Moriah Rose Pereira in arte Poppy sembrerebbe aver trovato la sua perfetta collocazione nell’ambito della scena metal moderna diventandone quasi un’icona. Difatti dopo una serie di collaborazioni di grandissimo successo con i Knocked Loose nel 2024 col brano Suffocate (candidato ai Grammy), il suo featuring del 2025 assieme a Amy Lee e Courtney LaPlante degli Spiritbox, il brano con le Babymetal, il sempre monumentale singolo con i Bad Omens V.A.N (diventato oramai un must di qualsiasi scaletta dal vivo dell’artista che si rispetti), ma soprattutto dopo il clamoroso successo del disco Negative Spaces del 2024 adorato da critica e pubblico, stavolta in casa Poppy si decide che “squadra che vince non si cambia”.

E difatti Empty Hands che arriva nemmeno a due anni di distanza dal suo predecessore, per la prima volta nella carriera dell’artista statunitense non stravolge quanto fatto nel disco precedente, ma anzi offre una continuazione piuttosto coerente sia a livello di sound che di produzione, affidata come al solito al “Guru” Jordan Fish, produttore di rinomato successo all’interno del panorama del metal moderno, ormai fido amico e collaboratore di Poppy e ovviamente ex-tastierista dei Bring Me The Horizion. I due ormai hanno sviluppato una dinamica artistica perfetta  anche da quanto dichiarato dalla stessa vocalist statunitense, ed è ormai palese quanto questa  collaborazione sia la chiave del sound odierno di Poppy, quel sound che gli ha fatto fare l’ennesimo salto dopo una carriera già in forte ascesa sin dalla pubblicazione di I Disagree del 2020 che si allontanava dalle sonorità più electro-pop, dance pop e synth pop degli esordi per abbracciare venature più industrial e alternative metal. A seguire l’ennesimo cambio verticale con le sonorità noise-pop e post-grunge di Flux del 2021 e le sonorità totalmente alt pop ed elettroniche di Zig del 2021.

Insomma, tutto questo per farvi capire che la vera novità in un album come Empty Hands sta nel fatto che per la prima volta si ha una sensazione di continuità stilistica, con alcuni brani, come la splendida Unravel, che sono addirittura stati partoriti alla fine della sessione di composizione dell’album precedente. Sicuramente quelli più in malafede di voi potranno pensare che questo disco sia quindi composto da una carrellata di semplici b-side del disco precedente, ma la realtà è che Empty Hands si regge fortemente sulle sue gambe grazie soprattutto al lavoro encomiabile di Jordan Fish che con le sue parti sintetizzate, gli inserti industrial, gli elementi elettronici e EDM del sound, riesce a donarci un disco avvolgente, stratificato e di atmosfera, probabilmente ancora di più del precedente e a tratti con un “twist” più distopico e dark.

D’altro canto c’è Poppy che con le sue linee vocali e il suo scream ormai ha creato un vero e proprio marchio di fabbrica anche se, volendo essere al cento per cento onesti, in questo disco la sua voce appare più stanca, tesa e affaticata rispetto al precedente album dove per chi scrive aveva raggiunto l’apice della sua espressività. Forse questo ultimo anno e mezzo di tour estenuanti hanno inciso un pochino sulla sua voce che in effetti in alcuni passaggi appare più sottile del solito, specialmente nelle parti in pulito, mancando quella sensazione di “pienezza” e corposità che ci aveva regalato in Negative Spaces. Poco male perché il disco, forse complice anche la sua breve durata con i suoi appena trentotto minuti, scorre che è un piacere regalandoci una manciata di composizioni di assoluta qualità a partire dai singoli che crediamo proprio che possano diventare dei futuri classici del repertorio di Poppy.

Il disco si apre con echi industrial nel brano Public Domain, in una composizione che è di quanto più atipico si possa trovare in questo disco di Poppy con delle sonorità che riecheggiano da un passato non troppo lontano, facendo le veci di un brano come Choke (questa è la sua versione più metal). Frizzante, irriverente, con il suo cantato semi-rappato, Public Domain rappresenta un opener che non ti aspetti. “Can you bottle it? Will you sell it for food? Would you sleep with it? tell me who’s using who? Isn’t it peculiar how the chatter fails to offer any solace in the light of the truth”. A livello lirico il testo sicuramente più provocatorio e polemico da parte di Poppy per un brano che scava nella superficialità e nella falsità delle relazioni sociali odierne. Ma dietro a questa vena polemica si cela anche un lieve pessimismo “the biting dogs have got the itch, the future is a seething bitch” e ancora “In the horrors of the present tense, believe only half of what you see and none of what they said”. Consiglio assolutamente “spot on” come direbbero gli anglofoni, specie nell’era della disinformazione odierna. Interessante quel break elettronico in mezzo alla canzone anche se il ritmo del beat ci ricorda tantissimo il pattern vocale di The Beautiful People di Marilyn Manson. Gradevole anche il twist distopico e sintetizzato del finale con quello scream angosciante e quei chitarroni djent che appaiono all’improvviso .

Ma è con Bruised Sky che ritroviamo il classico sound “Poppy” di quest’ultimissima era, per un pezzo presentato come singolo che risulta veramente magnifico ed emozionante nella sua ricerca melodica oltre ad essere potente ed “in your face” quando viene utilizzato lo scream. Questo è un brano che conosciamo da ormai parecchi mesi ma che continua ad affascinarci nella sua capacità di essere così avvolgente, dark, atmosferico e ammaliante, ma allo stesso tempo pesante ed energetico. Sempre da brivido quando Poppy scandisce in scream quel “DARKNESS TAKE ME, DON’T FORSAKE ME!”.

Guardian mostra il lato più melodico dell’album con il pezzo forse meno pregno di elettronica e sintetizzatori, per un brano relativamente più asciutto che spinge molto sulla forza di un ritornello che ti si stampa immediatamente in testa non dimenticandosi le chitarre più pesante e quegli echi distopici che quasi ci trasportano nel bel mezzo di una pellicola di Hollywood “when all the gods lose failth, the cities laid to waste, i’ll be there, i’ll be your guardian”. D’impatto, emozionale, ben scritta e atmosferica. Uno di quei brani che al giorno d’oggi probabilmente solo Poppy riesce a scrivere con questa efficacia rendendo un pezzo così easy-listening allo stesso tempo intrigante ed avvolgente.

Constantly Nowhere è un breve interludio che funziona alla grande nei suoi trenta secondi per introdurci al successivo super singolone Unravel e questa difatti, è un introduzione non solo da un punto di vista musicale ma anche lirico dato che l’intermezzo si conclude proprio con la frase ”there’s more to unravel”. Anche le vocals più dolci e ”bambinesche” usate da Poppy nell’interludio sono un tocco interessante che ci riportano ai primi album dell’artista e ci introducono al pezzo in questione, brano dal gusto melodico pazzesco dove la voce di Poppy suona fragile e vulnerabile nel ritornello, forse in modo un pochino troppo “sottile” volendo tornare alle piccole critiche sulla sua performance vocale.

Dying To Forget è un assalto frontale sin dai primi secondi, proponendoci un brano metalcore moderno in pieno stile Spiritbox, tra chitarroni ribassati e riffoni Djent. Probabilmente di pezzi del genere Poppy ne ha fatti di migliori, specialmente nel precedente disco Negative Spaces, ma la furia del brano è davvero notevole.

Time Will Tell con i suoi beat elettronici molto in stile V.A.N (il super singolo di qualche anno fa che vedeva la stessa Poppy collaborare con i Bad Omens) e il suo approccio heavy, riesce ad amalgamare bene i due lati del sound dell’artista americana, benché va segnalata la sin troppo notevole somiglianza del riff portante del pezzo con quello della leggendaria Here To Stay dei Korn.

Eat The Hate vuole riportare gli influssi musicali di Flux con il suo sound più noise-pop/alt metal dal vibe anni novanta, per un pezzo che in un certo senso potrebbe anche rimandare alla title-track del suo ormai penultimo lavoro Negative Spaces. Qui Poppy parla dell’odio che riceve online e questo brano vuole rappresentare una diretta risposta ai fomentatori, in un testo che raramente è mai stato così esplicito da parte della vocalist americana “Eat the hate it makes me cum, use your tongue to clean it up” oppure “eat the hate and drink their blood, you’re dying as a never was”  e ancora  “god will throw an uppercut, you’re celibate ‘cause no one wants to fuck”. Insomma rende perfettamente l’idea del classico “Mr.Nessuno”, frustrato e represso da tutti i punti di vista che getta odio gratuito online, specialmente sulle ragazze che fanno metal.

The Wait è un bel brano avvolgente, caldo e dal forte gusto melodico. L’elettronica usata arricchisce in maniera molto efficace la composizione mentre If We’re following The Light inizia con una chitarra riverberata e degli influssi elettronici che condiscono il pezzo di un’aurea dark prima che la voce trascinata e melodica di Poppy ci rapisca in un pezzo che improvvisamente ci travolge in una sezione in scream viscerale. Non tra i brani migliori dell’album ma comunque passabile.

Dopo l’interludio Blink, Ribs si presenta come un pezzo molto intimo, con un chorus super cantabile che ci potrebbe ricordare un brano da Under My Skin di Avril Lavigne, togliendo l’elettronica e con delle chitarre meno heavy, mentre a chiudere la title-track sviscera tutta la sua potenza e rabbia nel brano più devastante del platter, per un mix di hardcore/metal dotato di una mini sezione in blast-beat e addirittura di un piccolo accenno ad un “pig squeal“ alla fine del brano.  Uno schiacciasassi devastante che chiude l’album su una nota più che positiva.

Insomma per una volta Poppy riesce a sorprenderci nella sua scelta di non sorprendere l’ascoltatore, o meglio, riproponendo un disco che potrebbe essere un Negative Spaces 2.0, per un platter che in effetti ne è la naturale prosecuzione a livello di sound e produzione, senza stravolgimenti o inversioni repentine come ci ha quasi sempre abituato l’artista staunitense. Eppure Empty Hands non ci lascia per nulla “a mani vote” per questo motivo, ma al contrario ci offre un disco variegato, stratificato e pregno di quel mix di elettronica, metal e pop che ormai ha conquistato i tantissimi fan dell’artista, con canzoni davvero di ottima qualità e con i suoni e la produzione ormai “di casa” da parte di Jordan Fish. Dunque se Negative Spaces assieme ad I Disagree a livello qualitativo rimangono i due capisaldi della discografia dell’artista americana, questo Empty Hands continuerà a portare il nome Poppy sempre più in alto nella scena metal mondiale. Appuntamento fissato per la data di marzo dell’Alcatraz di Milano. See You There!

 

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