Recensione: Entombed in Sewage
Dopo quasi vent’anni di assenza dal mercato discografico rispuntano i Lust of Decay, band proveniente dal North Carolina e formalmente annoverabile come side project da parte di musicisti che militano o militavano in altre band più o meno conosciute dell’underground americano, quali Atrocious Abnormality, Cesspool of Vermin, Coathanger Abortion, Purulent Necrosis e Shuriken Cadaveric Entwinement. Già a partire dalla copertina dell’album ritraente lo scolo di una cloaca nei sotterranei di una città infestata da ratti, cadaveri putrescenti e liquami vari (opera della Daemorph Art, già sugli scudi per le copertine di band quali Holycide e Avulsed), si può intuire il genere a cui gli americani sono dediti, cioè ad un brutal death metal le cui coordinate stilistiche e testuali rimandano ai Suffocation e ai Cannibal Corpse senza tralasciare echi di Severe Torture, Vile, Dying Fetus, i Disawoved più recenti o, perché no, i Deeds of Flesh e i Cryptopsy, con i quali collimano per la ricerca spasmodica della struttura lineare delle canzoni basata su riff continui e sempre diversi che ne fanno la loro caratteristica principale. La band si è evoluta dal crudo gore-grind degli esordi, in auge negli album “Infesting the Ehumed” (2002) e “Kingdom of Corpses” (2004) ad un brutal death metal dalle marcate tinte old-school riscontrabile in “Purity Through Dismemberment”, penultima uscita targata 2006 e caratterizzata dai suoni ribassati della chitarra, dall’accordatura alta del tom a mo’ di “fustino Dixan” e nell’insieme da una certa rudezza compositiva. Ora il quartetto americano ammoderna e “raffina”, se così si può dire, il proprio sound grazie alla produzione di Tony Tipton (Between The Killings, Necrotic Disgorgement, Reap ecc.) e ritorna a pubblicare brani inediti con questo “Entowed in Sewage”, quarto full-lenght uscito a fine 2025 per la Comatose Music, che poi non è altro che l’etichetta fondata dallo stesso chitarrista della band Steve Green.
Complessivamente, il disco non cambia di certo le carte in tavola per il genere ma si distingue tra i tanti per la perizia tecnica esercitata da parte degli attori coinvolti nel progetto, sicuri dei propri mezzi e delle proprie capacità grazie anche ai molti anni di esperienza alle spalle. Il quartetto è abbastanza stabile fin dal suo esordio su demo risalente ormai a 25 anni or sono, con il cantante Jay Barnes e il già citato chitarrista Steve Green affiancati dall’abile battitore di pelli Jordan Varela (con loro dal 2002) e da Ryan Coulter al basso che sostituisce lo sfortunato Joe Payne, il compianto bassista venuto a mancare improvvisamente nel 2020 e che aveva collaborato, tra gli altri, con i Nile tra il 2005 e il 2007 e con i Divine Heresy di Dino Cazares, alla memoria del quale il disco è dedicato.
Il growl di Jay Barnes è brutale e colpisce nel segno, non potentissimo ma apprezzabile per la sua profondità e crudezza senza compromessi, esente da pig-squealer e gorgheggi indecifrabili ma sempre in evidenza e a proprio agio all’interno delle complicatissime trame ritmiche dettate dal bravissimo batterista Jordan Varela e dei continui orpelli sonori del chitarrista Steve Green. Le otto tracce killer che fanno parte dell’album, di circa 33 minuti di durata, si distinguono non solo per la ferocia che lasciano annichilito l’ignaro ascoltatore ma anche per la loro vorticosa complessità in quanto ognuna di esse presenta innumerevoli cambi di tempo, con le partiture stesse che risultano sempre varie e dinamiche: dai consueti blast-beat in doppia cassa ai ritmi veloci e medi che spesso e volentieri vengono inframmezzati da lunghi ed articolati stacchi improvvisi, complessi o quantomeno imprevedibili e ai limiti della fusion, soprattutto in canzoni come “Hallucinations of the Decrepit”, “Nourishing the Swine” e “Fetal Contamination Process”. A queste soluzioni si aggiunge anche qualche sporadico breakdown in stile slam a completare l’impatto devastante, presenti soprattutto in “Desiccate the Epithelium”. Il suono della chitarra è compresso e non eccessivamente ribassato e comunque rientra nei canoni del genere, apprezzabile per velocità e tecnica d’esecuzione, con ricorso a pennate veloci e precise ma che a tratti tende ad eclissarsi per la continua preponderanza della base ritmica, evidenziata dai colpi pulsanti del basso che si contorce nel seguire i frenetici e complessi patterns della batteria (come nella conclusiva title-track, in cui sembra quasi scomparire).
Pertanto le canzoni risultano monolitiche nella loro sostanza brutale e a primo acchito non sono facilmente distinguibili una dall’altra se non dopo innumerevoli ascolti: a volte, tra un pezzo e l’altro, sembra di avere la sensazione del già sentito o di una certa ripetitività di soluzioni nonostante il continuo e frenetico alternarsi di riff, in particolare nelle parti ritmiche a media andatura, come ad esempio nell’accoppiata “Rusty Razor Rimjob” e “Order 66”, e ciò potrebbe essere un punto a sfavore, ma in questo genere è la prassi soprattutto se l’ascolto non è stato approfondito a dovere e non in maniera continuata. Ne consegue un coacervo musicale che conta anche fino a venti cambi di ritmo diversi per ogni singola canzone e dove non c’è spazio per assoli di chitarra o lunghe parti strumentali, a parte i radi pinch-harmonics che spezzano il continuo ricorrere al palm-muting e al tremolo-picking, come nell’opener “Parasitic Exsanguination”. E’ tutto l’insieme che risulta virtuosistico e di buon livello tecnico, grazie soprattutto all’immenso lavoro alla batteria di un mostro come Jordan Varela, a cui tutti gli altri tre stanno dietro senza sosta e che rappresenta la vera forza vitale e trascinante di questo disco. Quindi, se cercate canzoni brutali e allo stesso tempo suonate con un certo impegno, non fatevi mancare questa nuova fatica dei Lust of Decay nella playlist dell’anno.

