Recensione: Eternal Hails……

Di Manuele Marconi - 1 Luglio 2021 - 14:13
Eternal Hails……
Band: Darkthrone
Etichetta: Peaceville
Genere: Black 
Anno: 2021
Nazione:
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78

Darkthrone: un nome che riecheggia inevitabilmente fra i blackster di tutte le età, nazionalità e classi sociali. Non sempre citati in chiave positiva purtroppo, ma in ogni caso un nome che non lascia indifferente nessun fan del genere; che sia un entusiasta del duo norvegese od un vecchio oltranzista deluso dagli sviluppi intrapresi dal progetto. Il ritorno sulla scena musicale dei nostri si intitola “Eternal Hails……” e si articola lungo una durata di circa 41 minuti suddivisi in cinque brani.

His Master’s Voice” parte spedita, con ritmiche incalzanti e riffing veloce. I continui intervalli fra accelerate e rallentamenti donano varietà in virtù della ottima dinamicità dei riff, che cambiano in maniera fluida e costante, come anche la velocità: non si passa mai da veloce a lento, ma si attraversano tante vie di mezzo che non permettono che nasca alcun tipo di monotonia. Le tracce doomeggianti degli ultimi lavori si sentono, ma qui risultano meglio fuse con l’ambiente, e si presentano in maniera preponderante solo sul finire del brano, avendo comunque un effetto “novità” senza sembrare un pezzo incollato con lo sputo alla sezione precedente. Il singolo “Hate Cloak” in partenza si mostra come pezzo più doom e lento rispetto al precedente. Il parallelo con “The hardship of the Scots” di “Old star” viene automatico, favorito dall’incedere del brano e dalla sua evoluzione. Probabilmente però qui manca il mordente tipico del singolo di lancio: mordente posseduto dal brano sopracitato come anche dalla opener, forse più indicata a tale scopo. Il brano si lascia ascoltare e coinvolge nella sua pesantezza, incarnando alla perfezione la svolta doom del gruppo, astenersi quindi blackster nostalgici di “Transilvanian hunger”: qui abbiamo una versione parimenti lenta e più cavernosa di “Quintessence”, se vogliamo dare un’idea. “Wake of the Awakened” viaggia su ritmiche più sostenute e più tipicamente darkthroniane. Brano vario e ispiratissimo: si passa dal black più classico a quello punkeggiante, senza farsi mancare momenti doom. Riffing anche qui incisivo e fine, tagliente quando necessario, avvolgente al momento giusto. Sorprendente il finale in crescendo: invece di spegnere l’ascoltatore i nostri lo galvanizzano, proiettandolo verso il brano successivo. “Voyage to a North Pole Adrift” parte con nettissime velleità doom. Bello cadenzato e netto nel riffing. Brano lento ma con più carattere e coraggio rispetto a “Hate cloak”, ha un riff portante forse più originale e personale ed una struttura in generale abbastanza articolata. L’approccio doom è più equilibrato e bilanciato da un’anima che rimane comunque black metal, seppur contaminata. Si potrebbe quasi spaccare il brano in due, fra sezione lenta (prima) e veloce (poi). Nella seconda parte è anche presente un assolo di chitarra, semplice ma convincente e ben posizionato in un contesto di ottima commistione sonora. La traccia si chiude con l’ennesima marcia di riffing piena di personalità, che trasporta l’ascoltatore con il fiato sospeso verso l’atto conclusivo del lavoro. “Lost Arcane City of Uppakra” si apre con un’andatura pesante, anche qui animata poco dopo. Pezzo un po’ meno ispirato rispetto agli altri, ma comunque in grado di sorprendere: verso la metà del brano un racconto sussurrato trasporta l’ascoltatore verso sonorità levitanti, che trasmettono una sensazione di incredibile abbandono, molto particolare e di atmosfera. Davvero piacevole e d’impatto: sviluppa ulteriormente l’incipit del pezzo e sorprende l’ascoltatore con sonorità totalmente estranee al resto del lavoro, ma che chiudono in maniera piacevolmente onirica il viaggio nel vortice sonoro partorito dai nostri.

Tirando le somme ci troviamo davanti ad un disco da non approcciare da ascoltatore black metal classico. Piuttosto rappresenta una maturazione definitiva del percorso di contaminazione musicale iniziato dai Darkthrone (tra alti – pochi – e bassi – molti -) a partire dagli anni 2000. Qui abbiamo la commistione perfetta fra l’anima originaria black metal, lo spirito punk e le tendenze doom. Si potrebbe assimilare il percorso dei Darkthrone (seppur ovviamente spalmato su più anni e più episodi) a quello degli Emperor. La svolta prog/death di questi ultimi non è stata totalmente digerita dai fan della prima ora, che infatti tendono a ricordare con molto più affetto i primi due lavori della band, piuttosto che “IX Equilibrium” e “Prometheus”, pur essendo senza dubbio anch’essi prodotti di eccellente qualità. Il black metal più puro non ammette contaminazioni eccessive, per questo determinati tipi di prodotti non possono che essere divisivi e di difficile collocazione, perciò l’abbondanza di sfaccettature di “Eternal hails……” potrebbe essere un’arma a doppio taglio. L’imprevedibilità di Fenriz e Nocturno Culto è anche una testimonianza della libertà artistica di cui vanno fieri: usare “Hate cloak” per annunciare il nuovo album ha avuto la funzione di far abbassare le aspettative di chi si aspettava un disco totalmente doom, e di incuriosire chi invece fosse più portato verso nuovi approdi artistici (usare come singolo di lancio “His master’s voice” avrebbe fornito una panoramica più fedele del disco nella sua interezza). Questo ha portato inevitabilmente a sorprendere entrambi gli ascoltatori (con un’operazione stile “The cult is alive” o “F.O.A.D.”), in quanto nel resto del disco si palesa nettamente tale influenza, ma non in maniera eccessivamente invadente rispetto alla vena artistica generale del prodotto e contemporaneamente in tutti i brani si trovano spunti interessanti, fra commistioni di generi e riff riusciti. Questo lo rende un disco molto ricco e creativo, ma inevitabilmente (come tutti i prodotti eclettici) non per tutti. Non sarà riconosciuto universalmente come classico, ma deve essere configurato come lavoro di qualità ottima e di grandissimo mestiere, che amplia ed eleva il percorso doom iniziato con “Arctic thunder” e “Old star” in maniera uniforme e coerente rispetto allo storico artistico del duo norvegese.

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