Recensione: Ethereal Horizons

Di Alessandro Rinaldi - 29 Novembre 2025 - 0:45

“Ho imparato nel corso degli anni che, quando si tratta della mia creatività musicale, la verità di oggi raramente è la verità di domani.” Vindsval

Quella francese è una scena particolarmente fertile per il black metal: una terra straordinaria, che offre spunti storici e magici per chi vuole proporre musica estrema.  Tra le realtà di questa terra, spicca un gruppo di Mondeville (Normandia), attivo dal 1994: i Blut aus Nord, il cui nome sfida il nazionalismo letterario transalpino e attinge direttamente dalla lingua tedesca, e vuol dire “Sangue del Nord”, un preciso riferimento alla vecchia e cara tradizione black metal.

I Blut Aus Nord hanno attraversato tre decenni e sono stati concepiti principalmente come one man band: nel 1994, Vindsval, creatore del progetto, suonava tutti gli strumenti usando il nome Vlad, cambiato in quello che conosciamo oggi dopo la registrazione dei primi due demo. Successivamente, la line-up si è allargata e ristretta e, attraverso gli anni, ha toccato diverse tematiche quali esistenzialismo, mitologia, individualismo, teodicea, rapporto tra uomo e natura, occultismo, passando attraverso diversi generi e ultimamente concentrandosi su atmosfere lovecraftiane.

Ethereal Horizons si compone di sette tracce, per una durata di poco più di cinquanta minuti, superiore, quindi, a quella degli standard del genere. L’artwork, opera di Maciej Kamuda (che collabora con la band dal 2022) è un’immagine che rispecchia la natura ultraterrena della loro musica: da una prospettiva in prima persona, quindi, quasi come se fossimo lì presenti, si vede un paesaggio cosmico dalle cui acque emergono, avvolti da cupe nuvole, tre obelischi neri, dietro ai quali si ergono altri tre pianeti. Con Ethereal Horizons, i Blut Aus Nord superano il mondo lovecraftiano, fonte di ispirazione negli ultimi anni, abbracciando atmosfere che rimandano al cosmic black metal e contaminate da rock e progressive, con sfumature psichedeliche che toccano l’infinito. Ponendo l’essere umano (ascoltatore) di fronte all’immensità dell’Universo, si crea una contrapposizione che genera una malinconia cosmica, che è l’ésprit del nuovo lavoro. Anche da un punto di vista vocale, si cercano soluzioni qualitativamente più variegate, che si muovono tra growl, clean e cori cloudbusting, curando la melodia, con linee più morbide. Già dal primo passaggio, con  Shadows Breathe First, abbiamo un assaggio di quello che è il mood: l’intro di chitarra, dà maggior corpo e concretezza alla composizione, spostandola da un piano etereo ad un più tangibile, un black metal cupo e malinconico, che segue il percorso tracciato dalle prime note. Se in Seclusion l’elemento atmosferico è predominante, si riaffacciano echi del passato, con una nenia ritualistica che richiama l’elemento lovecraftiano che ha caratterizzato parte della loro carriera, evocando i tanto cari culti segreti allo scrittore di Providence. Più oscura, invece The Ordeal, in cui è tangibile il nuovo corso vocale: il clean è quasi cerimoniale, il growl si fa pungente, e talvolta, addirittura, gracchiante, quasi come se un’entità dello spazio più profondo stesse comunicando con noi. The Fall Opens The Sky e What Burns Now Listens ci portano nello spazio più profondo e se nella prima si esalta la sezione strumentale, in cui si fondono, con maggiore evidenza, black metal rock e prog, nella seconda si fa leva maggiore sulla contrapposizione tra l’immensità dell’universo e il singolo, creando una sensazione di immanente solitudine, che questa volta assume la forma della chitarra elettrica che graffia in modo minimalistico. Twin Suns Reverie è un passaggio strumentale breve ma denso, quasi drone ambient, di ottimo livello: da un lato è in linea con il tema principale proposto ma dall’altro stona rispetto a quanto ascoltato fino a questo momento. Il nostro viaggio nell’immenso si chiude con The End Becomes Grace, un appropriato canto del cigno che racchiude tutte le sonorità proposte fino a questo momento in un unico, lunghissimo brano (ben 12 minuti).

Ethereal Horizons è un disco che lascia intravedere le enormi potenzialità dei Blut aus Nord, capaci di cambiare pelle restando fedeli al loro background, di rinnovarsi senza rivoluzionarsi, mostrandoci sempre un lato atmosferico che ma sfocia nell’avantgarde, con forti sperimentazioni a livello compositivo, puntando tanto nelle parti vocali quanto in quelle strumentali sulla melodia e affrontando tematiche decisamente attuali, come mostra il recente dibattito sollevato dall’oggetto interstellare 3i Atlas, che in queste settimane sta attraversando il nostro sistema solare. Ma soprattutto, è particolarmente apprezzata la capacità di toccare un’assoluta malinconia, capace di sfociare nella misantropia, attraverso la contrapposizione tra l’essere umano e l’infinito.

 

 

 

 

 

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Genere: Avantgarde 
Anno: 2019
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