Copertina di Faith Divides Us - Death Unites Us dei Paradise Lost
Recensione Album · 2009

Paradise Lost Faith Divides Us - Death Unites Us

di Alberto Fittarelli 30 Settembre 2009 - 00:00
Tipologia
Album
Anno
2009
Nazione
Regno Unito

Se ricordate, nella precedente recensione dei Paradise Lost, dedicata al più che buono In Requiem (anzi, oggi un "ottimo" non lo si nega quasi a nessuno, suvvia!) avevamo esordito escludendo i discorsi sulla sincerità di un artista che, dopo aver palesemente rinnegato le proprie radici e aver sostanzialmente fallito, sia tornato sui propri passi. Bene, continueremo sulla stessa linea.

Questo perché nell'anno 2009, a più di 20 anni dai loro primi vagiti e a 14 da quel disco che ne ha segnato il destino, i Paradise Lost riescono ancora a rinascere, a graffiare e a convincere. Senza smentirsi, né rinnegarsi.

Faith Divides Us - Death Unites Us è infatti l'album che molti attendevano, specie dopo un In Requiem che ormai li vedeva ritornati in pieno al loro "dark metal" (perché così lo definivano, un quindicennio fa): chitarre distorte e pesanti, una batteria che scandisce il battito della vita e l'avvicinarsi alla morte, e soprattutto una voce, quella di Nick Holmes, che torna a graffiare.

I pezzi: uno meglio dell'altro, con rare eccezioni. Strutture azzeccate e forse nel pieno del cliché, ma di altissima scuola: dall'iniziale As Horizons End, che evoca i classici paesaggi dello Yorkshire a cui tanto devono, l'equivalente gothic/doom della taiga nordica per il black metal; a First Light, altrettanto evocativa e con un rimando diretto a cosette come Forever Failure, qua e là; sino alla title-track, che vince il premio per il videoclip più angosciante dell'anno e coglie nel segno dalla prima all'ultima nota. Tutto, in questo album, è chiaramente voluto e ispirato: si gioca molto sugli arpeggi, sulle melodie dark di chitarra (spessissimo accompagnate da tastiere in sottofondo, fondamentali ma mai eccessive), e anche se inspiegabilmente continua a mancare ciò che ha fatto assolutamente grande Draconian Times, e cioé la chitarra in perenne assolo di Gregor Mackintosh, momenti di pura atmosfera come Last Regret, ma anche di autentica potenza sonora come Universal Dream - e sfido chiunque dei vecchi appassionati a non trovarci qualcosa di Pity the Sadness, in quest'ultima - sono vere e proprie dimostrazioni di classe.

Ovviamente, questo album non è il loro capolavoro, e i momenti in ombra ci sono. Qualche intero brano, come I Remain, risulta un po' anonimo; forse ci rendiamo anche conto, in qualche modo, che la magia non funziona più come una volta: siamo cresciuti tutti, noi come loro, e risulta difficile trovarli sempre credibili, di fronte a foto promozionali ottocentesche con tanto di carrozza funebre e cavalli in tinta.
Ma come dicevamo nell'incipit: questo non è un processo alle intenzioni, ma un giudizio sui risultati. E i risultati dimostrano che ye olde Paradise Lost, con il loro cammino tormentato e il loro passo cadenzato, sanno tuttora suscitare le stesse emozioni di vent'anni fa. Faith Divides Us - Death Unites Us porta probabilmente a compimento il loro cammino a ritroso verso le proprie origini, e noi non possiamo che gioirne, e tornare con la mente alle immagini seppiate e ombrose dei loro momenti migliori.

Alberto 'Hellbound' Fittarelli

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Tracklist:

1.    As Horizons End    05:21    
2.    I Remain        04:09    
3.    First Light    05:00    
4.    Frailty        04:25    
5.    Faith Divides Us - Death Unites Us    04:21    
6.    The Rise Of Denial    04:47        
7.    Living With Scars    04:24        
8.    Last Regret    04:24
9.    Universal Dream    04:17    
10.    In Truth    04:50
 

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