Recensione: Faith in Chaos

Di Daniele D'Adamo - 2 Gennaio 2020 - 0:01
Faith in Chaos
Etichetta:
Genere: Death 
Anno:2020
Nazione:
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Gli spagnoli Unbounded Terror nascono nel 1990 con il nome di Putrefeact Monstruosity, subito cambiato nel 1991, all’apice quindi dell’era del (primo) death metal. L’album di debutto nel 1992 (“Nest of Affliction”), poi, più nulla se non un demo nel 1993 (“Through the Dark Desperation (Evil Laughs Stronger)”). Vicente J. Payá, il mastermind della band, si trova infatti ad affrontare problemi di line-up, aggravati dalla circostanza che il medesimo si concentra al 100% sul progetto di doom metal Golgotha. Ventisei anni dopo, spinto dai fan più appassionati, Payá decide di riformare il gruppo con una formazione totalmente diversa da quella originaria. Il resto è storia d’oggi, che  trova la sua ragione d’essere in un nuovo disco, il secondo, intitolato “Faith in Chaos”.

“Faith in Chaos” che, seguendo le vicissitudini del combo di Palma di Majorca, si trova a miscelare, in maniera del tutto naturale, il retroterra culturale di Payá, che fonda le sue radici lontano nel tempo, a quello degli altri tre membri, ovviamente centrati su una visione più moderna della foggia musicale in esame. Il risultato complessivo è più che buono: accanto a un mood cupo e tetro si trova un sound adeguato per quest’epoca, come dimostra, per esempio, ‘Hiding from the Light’. Brano piuttosto visionario che sa di nuovo e antico allo stesso tempo.

Andrew, che suona anche il basso, è un vocalist classico, che segue le linee vocali con un growling stentoreo lontano da esagerazioni varie, a dire il vero un po’ monotono e troppo uguale a se stesso, rappresentando per ciò il tallone d’Achille dei Nostri. Al contrario, si rivela ottimo il riffing prodotto dai due maestri d’ascia dallo stesso Payá e da Juan. Ed è proprio qui, almeno a parere di chi scrive, che ruota su se stesso il nucleo di condensazione fra i succitati estremi temporali, i quali si fondono per dar luogo a uno stile puro, nel senso che identifica alla perfezione il death metal classico all’inizio della terza decade del secondo millennio. Di nuovo, un compromesso, stavolta fra il tono thrashy che permea mente e mani di Payá e la tendenza, da parte di Juan, a sublimare gli accordi nel caratteristico suono zanzaroso tipico delle fogge più ortodosse del genere. Ricchi di pathos gli assoli, che riescono in tal modo a materializzare visioni oscure, ricche di emozioni nonché profonde come ferite da armi da taglio. Moderno senza troppi richiami al passato il drumming di Portas, il cui groove si amalgama molto efficacemente al resto del sound. Un drumming che non si fa certo pregare per sfondare la barriera dei blast-beats (‘They Will Come from the Pain’).

Nella norma le canzoni. Senza infamia né lode, si susseguono senza particolari sussulti mantenendo ciascuna una propria riconoscibilità che, paragonata al leitmotiv che tiene in piedi la parte artistica del platter, non offre molti spunti di riflessione né sprazzi d’improvvisa innovazione, a parte la già menzionata e profonda ‘Hiding from the Light’.

Il caso è sin troppo noto e si identifica in una obiettiva difficoltà a comporre song interessanti e varie, dotate di elementi tali da tenerle a lungo nella mente. Questo difetto è generalizzato nelle band che praticano il death vecchia scuola e quello ortodosso; come se la ricerca dello stile perfetto prosciugasse le energie del songwriting, incapace di soffiare la vita in brani che, fatti e finiti, possano risvegliare per davvero l’attenzione più feroce da parte dell’ascoltatore.

Così, “Faith in Chaos”, dopo nemmeno tanti passaggi, comincia a rivelare qualche segno di stanchezza per non dire noia. Bravissimi quindi ad aver realizzato un full-length dallo stile pressoché perfetto, se calibrato sugli stilemi di base del death. Meno in gamba, per quanto riguarda la costruzioni delle singole tracce, prive del famigerato quid in più.

Allora, in chiusura, la domanda sorge spontanea: «Se ne poteva fare a meno, della riunione degli Unbounded Terror?». Come sempre, ai posteri l’ardua sentenza.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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