Recensione: Figure Number Five

Di Alberto Fittarelli - 3 Maggio 2003 - 0:00
Figure Number Five
Band: Soilwork
Etichetta:
Genere:
Anno: 2003
Nazione:
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88

Una grandissima sopresa questo disco: lo dico con la massima convinzione e per più di un motivo. Vorrei infatti chiarire subito che la band non è tornata assolutamente alle origini, neanche in parte, e neppure si è fermata al sound sviluppato con l’ultimo Natural Born Chaos: l’evoluzione è enorme, simile a quella che ha coinvolto i connazionali In Flames, ed anche qui i risultati, se giudicati con mente aperta, sono davvero ottimi.

La band ha infatti sviluppato un sound basato fondamentalmente sulle melodie vocali del buon “Speed” Strid, che rilascia una prestazione davvero eccezionale su quest’album: in alcune parti riesce a ricordare molto Devin Townsend, che come si ricorderà aveva prodotto il disco precedente. Ma per capire cosa suonano adesso i Soilwork bisogna prendere per forza ad esempio le rock/metal bands americane, quelle di maggior successo, togliere loro tutte le componenti più pacchiane come il rap ed i campionamenti vari ed aggiungerci un feeling thrasheggiante, una cupezza di fondo tipicamente svedesi… non c’è un ritornello su questo disco che non si fissi in testa immediatamente e che non vi invogli a riascoltarlo, tanta è l’ispirazione che viene espressa in poche e tutto sommato semplici note. La sezione ritmica è anch’essa estremamente semplificata e sicuramente a livello di mixaggio passa in secondo piano rispetto all’onnipresente cantato, le chitarre sfornano riffs a volte rockeggianti, a volte più pesanti, ma sempre estremamente diretti, senza una nota di troppo.

Ed il bello è che rispetto a tante bands che puntano semplicemente sul singolone da classifica i Soilwork ci garantiscono una qualità uniforme dalle prime, terremotanti, note di Rejection Role (anche videoclip) sino all’ultima Downfall 24, una delle canzoni più accessibili mai scritte dalla band, con un uso discreto dell’elettronica e Strid di nuovo sugli scudi. Nel mezzo restano piccole perle come Stangler, con belle idee a livello di chitarre, la ballad con tanto di inserti acustici Departure Plan, la splendida The Mindmaker, rock pesante, ipervitaminizzato ed irrobustito da suoni violenti tipici del trademark degli svedesi; meno convincenti, senza però essere brutte, anzi, la title-track (forse un po’ troppo ruffiana, anche se molto più violenta delle altre come suoni) e la seconda Overload, appena meno ispirata delle altre.

Figure Number Five è quindi il classico disco che va più ascoltato che descritto, messo al massimo volume e goduto nella sua freschezza; non so quanto a lungo potrà durare, data l’immediatezza dei pezzi, ma c’è bisogno ogni tanto di album così, che spezzino un po’ la tendenza ai tecnicismi (che pure mi piacciono moltissimo): poi si potrebbe discutere per ore su quanto venderà questo disco in confronto ai vecchi prodotti della band, ma credo davvero che l’importante sia giudicare obiettivamente la musica, e quella qui contenuta è davvero ottima. E ora li voglio rivedere dal vivo come headliners!

Alberto ‘Hellbound’ Fittarelli

Tracklist:

1. Rejection Role
2. Overload
3. Figure Number Five
4. Strangler
5. Light The Torch
6. Departure Plan
7. Cranking The Sirens
8. Brickwalker
9. The Mindmaker
10. Distortion Sleep
11. Downfall 24

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