Recensione: Fire on the Mountain

Di Valeria Campagnale - 16 Novembre 2025 - 15:10
Fire On The Mountain
Genere: Doom  Heavy 
Anno: 2025
Nazione:
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65

Con l’album “Fire On The Mountain”, il gradito ritorno sulle scene di Joe Hasselvander che, meritatamente, si è guadagnato il titolo di padrino del Doom Metal e che, in 40 anni di carriera, pubblica il suo primo full-lenght da solista.
 L’album si presenta immediatamente come un ponte sonoro tra il dinamismo della New Wave of British Heavy Metal e il groove lento e monolitico del Doom Metal che ha definito l’esperienza di Hasselvander con i Pentagram. L’obiettivo non è inseguire le tendenze moderne o una produzione eccessivamente levigata, ma piuttosto celebrare il suono grezzo e analogico che ha caratterizzato l’heavy metal degli anni ’70 e ’80. L’intera atmosfera risulta così intrisa di un calore quasi nostalgico e di una ruvidezza essenziale.

Il cuore pulsante del disco è la robustezza dei riff di chitarra. Hasselvander costruisce la struttura di ogni brano attorno a power chord pesanti e diretti, evitando virtuosismi eccessivi in favore di una potenza ritmica onesta. I riff sono spesso ipnotici, incisivi e subito riconoscibili, evocando quel senso di epicità metallica che è la vera linfa vitale del genere classico.

Al centro di tutto, ovviamente, c’è la batteria. Il drumming di Hasselvander è la forza motrice dell’album, caratterizzato da un’esecuzione solida e metronomica. Nelle tracce più incalzanti, fornisce l’energia propulsiva del Metal di velocità; mentre nei momenti che si avvicinano al Doom, rallenta per creare un effetto pesante e quasi opprimente, dimostrando una perfetta sensibilità ritmica per ogni sottogenere che affronta.

La voce di Joe Hasselvander è l’elemento finale che sigilla l’autenticità del progetto. Con un timbro ruvido e vissuto, canta di temi oscuri e di storie di rock’n’roll, senza cercare estensioni liriche da opera metal, ma privilegiando un’espressione vocale viscerale e narrante. Questo timbro si adatta perfettamente alla produzione volutamente grezza dell’album, contribuendo a un’atmosfera complessiva di metallo forgiato a mano.

Tracce come la title track “Fire On The Mountain” o “Quasimodo“, primo singolo estratto, sono esempi eccellenti di Heavy Metal tradizionale ad alta energia, guidate da un riff centrale destinato a rimanere impresso. Al contrario, brani come “Prodigal Son” o “Darkest Before the Dawn” rallentano sensibilmente, presentando un intreccio tra rock e passaggi soft carichi di feeling blues-metal, mentre “The Jailer” affonda decisamente nell’oscurità del Doom più classico.

In conclusione, “Fire On The Mountain” è l’opera di un musicista che non ha nulla da dimostrare e che si concentra unicamente sul produrre il metal che ama. È un album sincero e non filtrato, un regalo per gli appassionati del sound primordiale. Sebbene non sia un disco innovativo in senso stretto, la sua coerenza stilistica e la sua innegabile potenza lo rendono una pietra angolare per chiunque voglia esplorare la discografia solista di uno dei pilastri meno celebrati del genere.

 

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