Recensione: From Nation to Chaos

Di Daniele D'Adamo - 26 Luglio 2026 - 12:00
From Nation to Chaos
Band: Sigyn
Etichetta: Noble Demon
Genere: Death 
Anno: 2026
Nazione:
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77

Nati nel 2008 in quel di Vantaa, Finlandia, i Sigyn, dopo un EP uscito nel 2010 (“Cursed”), sono discograficamente spariti dalla faccia della Terra sino alla pubblicazione del singolo “The Raven (2023), cui è immediatamente seguito, finalmente, il debut-album “Dehumanized”. Ora, a distanza di tredici anni, il ritorno sulle scene con il secondogenito, chiamato “From Nation to Chaos“.

Come se non bastassero i (quasi) infiniti sottogeneri del death metal, i Nostri si proclamano paladini del cosiddetto epic melodeath. Più semplicemente, senza andare ad abbarbicarsi in chissà quale giungla di definizioni, ciò che suonano i Nostri è più semplicemente il risultato di tre componenti. Il primo è il richiamo ai giganti del gothenburg metal quali per esempio Children Of Bodom, At The Gates e Amorphis. È bene specificare, tuttavia, che tale rimando, mai troppo invasivo, viene spalmato su una versione assai moderna del melodic death metal, che potrebbe addirittura declinare nel modern metal. E sono due.

La terza componente è la presenza massiccia di tastiere e orchestrazioni, che ampliano gli orizzonti che la band nordeuropea può abbracciare per arricchire tutte le varie composizioni (“Creating My Own Chaos“). A questo punto è chiaro che non può che mancare la melodia, in talune occasioni clamorosamente accattivante sì da penetrare per bene nella scatola cranica al fine di restare lì per lungo tempo. “Break These Chains” è il brano deputato a tutto ciò, indi pertanto ideale hit del full-length.

Una volta ascoltato, lo spirito vitale dei Sigyn entra nel cuore per restarci. Tutto sommato, anche se non si tratta certo di paccottiglia catchy, farsi travolgere con occhi trasognanti dalle note che, armonicamente, fuoriescono da “From Nation to Chaos“, produce sensazioni forti, ampliate e scosse dal mirabile lavoro dall’orchestra sinfonica (anche se digitale).

Come tutti i gruppi provenienti dalla Norvegia, Svezia e Finlandia, i musicisti dei Sigyn eseguono il proprio compito con la massima qualità di esecuzione, questa di assoluto livello professionale e quindi internazionale. Ciò determina, grazie a un’attenta elaborazione da parte dell’ingegneria del suono, un sound esplosivo, potente, pulito, equilibrato in modo tale che tutti gli attori siano percepibili dall’orecchio umano.

Tapani Rantanen, anche bassista, percorre le linee vocali con ferocia belluina per merito di un growling profondissimo che, comunque, segue con fedeltà e riconoscibilità quanto messo sul piatto dai suoi compagni di avventura (“The Crawlers“). Totalmente impeccabile la gigantesca mole di riff prodotta dalle sue chitarre di Aki Saastamoinen e Markus Suomela. Formidabili in sede di ritmica, si mostrano perfettamente a loro agio, anzi, anche quando devono affrontare assoli luminescenti come saette (“A New Nation“).

Un’altra differenza con i Padri fondatori del melodic death metal è la presenza di furibondi blast-beats (“Illusion of Justice“), scatenati dalle pelli di Roni Vallin, batterista che non perde un colpo; anzi offrendo una buona varietà di ritmi per non scadere nella monotonia e quindi nella noia (“I Am Nothing“). Proprio quest’ultima song offre una visione d’insieme del Sigyn-sound. Come detto eccellente in ogni sua parte costruttiva, in ogni particolare, anche il più nascosto.

A parere di chi scrive, invece, è un meno incisivo il songwriting, che non offre spunti di particolare evoluzione e/o progressione. Tutto sommato si tratta di un peccato veniale dato atto che, al contrario, le singole canzoni nascondono un talento sicuramente tangibile, tale da mandarle a memoria con relativa facilità e quindi in profondità.

Il che non è poco, di questi tempi.

Daniele “dani66” D’Adamo

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