Recensione: Gates of Hell [EP]

Di Daniele D'Adamo - 6 Marzo 2026 - 12:00
Gates of Hell [EP]
Etichetta: Inverse Records
Genere: Doom 
Anno: 2025
Nazione:
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Prosegue la corsa dei The Harbinger per raggiungere il traguardo dell’agognato debut-album. La tappa di avvicinamento, stavolta, s’intitola “Gates of Hell“, EP che contiene al suo interno due singoli usciti nel 2024, e cioè “Sleepless” e “Hollow“. EP della durata di ventinove minuti per cui non si comprende perché non sia stato rubricato come LP. Misteri del mercato discografico…

Nello sviluppo del proprio stile, la band finlandese pone come proprio punto di partenza il doom. Tuttavia, in “Gates of Hell“, di tale genere musicale ce n’è poco. E questo poiché l’intromissione di altre tipologie quali il melodic death metal, il gothic e il black non è da sottovalutare.

Un sound pertanto multiforme, che scivola piuttosto raramente nei blandi ritmi del doom per sopravvivere, invece, fra segmenti di BPM che, addirittura, divergono verso i blast-beats (sic!) di “Bleak Salvation“. Anche il riffing delle chitarre risente di questo pot pourri di suoni, realizzando una base ritmica possente, granitica, sciolta ma anche racchiusa in se stessa quando occorre rallentare le battute per rispettare, anche se in parte, i dettami fondanti della mortifera foggia musicale. Gli assoli, poi, quando ci sono, aiutano a rendere il mood del dischetto declinante verso una malinconia imperante ma non così profonda come ci si aspetterebbe.

Tant’è che solo in poche occasioni si può davvero parlare di doom… come si deve, soprattutto quando la melodia prende il sopravvento (“Sleepless“). Parentesi segnate dal dolore e dalla sofferenza, assimilabili a stigmate natìe, per la percezione di un Mondo destinato a morire con tragica lentezza.

Il tono stentoreo di Pasi Kanerva, a volte stanco a volte trascinante, che non disdegna di sfiorare il growling, scrive l’approccio che devono tenere i suoi compagni affinché chi ascolta possa aprire il cuore per espellere ciò che vive nel più profondo dell’anima. La chitarra acustica pennella sulla tela il biancore della neve su cui dipingere successivamente paesaggi spogli, freddi, indicanti ciò che strugge nelle aree più recondite della mente umana; paesaggi ben descritti da clean vocals al contrario calde e avvolgenti.

Per il resto, invece, il combo Kouvola tende ad allontanarsi da questa elaborazione artistica al fine di tentare di trovare, nei fitti boschi abitati dalla concorrenza, la propria strada maestra. E lo fa grazie alle prestazioni canore del chitarrista Arto Kujal e del bassista Lauri Korhonen, che inseriscono nel sistema una corposa quantità di screaming e harsh vocals, proprio del tipo che caratterizza il black metal.

Ciò non significa che si passi da una foggia musicale all’altra e viceversa. Quanto, al contrario, di tentare di fissare un stile proprio, che identifichi in maniera univoca quel che fuoriesce dalla strumentazione e dalle ugole. Operazione che si potrebbe affermare essere riuscita, salvo una certa mancanza nella consistenza e maturità insita nello stile stesso, al momento acerbo e, quindi, un po’ dispersivo nella scelta definitiva della direzione da intraprendere. Doom? Gothic? Melodic death metal? Black?

Interrogativi che non sminuiscono il valore del mini-platter ma che, al contrario, ne certificano la voglia, da parte dei The Harbinger, di provare a escogitare qualcosa di innovativo, che porti con sé idee tali da movimentare una branchia del metal che, oggi, pare piuttosto ferma sui propri passi. Branchia che, alla fine, si può certificare, è quella del doom. Ricco, di contro, di idee fresche e progressiste. Perché è questo che, indubbiamente, hanno in testa Pasi Kanerva e compagni.

Malgrado questi difetti di gioventù, “Gates of Hell” merita l’attenzione e almeno qualche ascolto proprio perché mostra un processo di crescita artistica che non è di tutti i giorni.

Daniele “dani66” D’Adamo

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