Recensione: Gypsy Rose

Di Abbadon - 31 Ottobre 2005 - 0:00
Gypsy Rose
Band: Gypsy Rose
Etichetta:
Genere:
Anno:2005
Nazione:
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70

Un esordio aspettato una vita. Così si potrebbe descrivere l’esordio dei Gypsy Rose. E quando parlo di una vita intendo proprio quello visto che, pur risalendo ai primissimi anni 80, la band non aveva mai osato fare il grande passo, limitandosi a fare cover e collaborazioni. Quindi, dopo quasi 25 anni, il quintetto svedese si affaccia sulle scene del business che conta, presentando un prodotto che se fosse uscito alla fine degli Eightes avrebbe potuto sicuramente, pur nel marasma di ottimi prodotti dell’epoca, ritagliarsi un qualche angolo di celebrità, viste le sue caratteristiche.
Gypsy Rose è un disco di puro hard rock con discreti stacchi melodici, decisamente ispirato e sulla scia di gruppi quali gli Scorpions della fine di due decenni fa, Bonfire, Hardline e via su quel filone. Nomi pesanti certo, che però vengono, seppur non eguagliati, nemmeno sfigurati : la sostanza del platter è infatti più che discreta, anzi direi pregevole. L’act, composto dal frontman Hakan Gustafsson, dal chitarrista Martin Kronlund, dal basso di Mats Bostedt, dalle keyboards di Rikard Quist e dalla batteria di Imre Jaun, la butta quasi tutta sull’energia dei pezzi, senza strafare in quanto a originalità o tecnicismi, ma fornendo comunque un risultato più che godibile, soprattutto per quanto riguarda i fan del genere. Riffs sempre azzeccati (scuola tedesca e non faccio nomi), tirati e festaioli ma non troppo, a volte sovrapposti a melodie di un certo spessore (che infarciscono il tutto), sono in pratica l’anima del disco, come l’hard made in Germany (anche se qui siamo in Svezia) comanda. Discorso a parte la prova del singer, a mio avviso dotato di una voce non eccezionale, un pelo acida e soprattutto, per quanto mi riguarda, non legatissima alle parti più veloci, ma che si rifà in buonissima parte quando supportata dalle backing vocals e quando tenuta “sotto controllo” (come ad esempio i pezzi lenti), il tutto sommato a una più che discreta interpretazione.
Dopo 2 decenni e passa di attesa ci si aspetta quantomeno una scaletta lunga e strutturata, e così è. Sono infatti ben 12 le canzoni (inclusa una bonus) che ci vengono offerte, per quasi 45 minuti di passatempo. Pur essendo piuttosto varie fra loro, nessuna delle track prevale in maniera decisa sulle altre quanto a coinvolgimento, rimanendo comunque, in genere, di discreto spessore. Non mancano comunque degli episodi sugli scudi, che quantomeno invogliano a sentire il disco : Personalmente li ho riscontrati nella ballata “MoonLight”, delicata e triste ma comunque solida (e anche qui i ricordi si sprecano), nell’irruenta “You Drive me Crazy”, che incarna il lato più graffiante e street della band (almeno fino ai refrain, che sono decisamente più catchy), nella a mio avviso ottima “Fender 59” (dedica alla chitarra? probabile), song che fin dal principio è stata la mia preferita di tutto il platter, e finendo con “The Look in your Eye”, lavoro sì standard, ma dove vedo la miglior fusione voce/suonato di tutta la produzione.
Si ma qual’è il succo del discorso? : Beh il succo è che, pur non essendo assolutamente originale, questo ritardato esordio è un balzo indietro negli anni, che gli aficionados del genere certo non mancheranno di apprezzare. Speriamo che dopo aver aspettato una vita non ce ne mettano un’altra per regalarci l’ennesima dimostrazione che il nuovo boom dell’hard rock non è utopia, ma un dato di fatto.

Riccardo “Abbadon” Mezzera

Tracklist :
1) When you leave at night
2) You drive me crazy
3) Promise to Stay
4) Moonlight
5) You are the One
6) Queen of the Night
7) Burning
8) Light up my way
9) December night
10) Fender 59
11) The Look in your Eye
12) Solitude (bonus track)

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