Recensione: Hall of the Dead

Non si è certo al primo esempio ma non è ancora vasta la pletora di musiciste che formano una one-man band o, meglio, una one-woman band. È questo il caso dei Whitered Land, progetto bielorusso di symphonic black metal composto da Olga Kann che assume a sé la responsabilità di tutto quanto compreso l’artwork, solo coadiuvata alle chitarre da Koliopanos Filippos (Ocean Of Grief, ex-On Thorns I Lay).
“Hall of the Dead” è il secondo full-length in carriera, che si sviluppa cinque anni dopo la nascita del combo dell’Europa dell’Est, a dimostrazione che il progetto stesso ha avuto modo di evolversi e affinare le armi per generare uno stile personale. Non solo, oltre all’esperienza in campo, Olga lascia ben intendere di essere una musicista coi fiocchi, capace di suonare alla perfezione tutti i dispositivi, compresi quelli etnici come il kantele e il bass tagelharpa.
Il disco è in realtà un concept, avvolto nel misticismo degli immaginari mondi del videogioco di ruolo “The Elder Scrolls: Skyrim” e nell’estetica del dark fantasy. Tematiche che influenzano anche la parte meramente musicale del disco stesso, regalandogli profondità emotiva e un umore oscuro, a tratti addirittura cupo. Il risultato finale è quello di un sound multiforme che si snoda, anche, attorno a due brani strumentali (“In the Restless Depths of Ustengrav“, “Draugrs of the Dead Men’s Respite“), i quali altro non servono che ad alimentare lo spessore dell’atmosfera dell’opera.
Con che, si può coscientemente affermare che la Kann sia riuscita a plasmare le note per dar loro una forma ben definita, di colore nero, ricca di diramazioni e in perenne pulsare. Il battito di un cuore buio, insomma, che dà il la a un ritmo sostenuto ma quasi mai estremo anche se a volte affiorano i blast-beats (“Revenge of the Fallen“). Certamente l’utilizzo degli strumenti folcloristici aiuta ad aumentare il volume di detta forma, concedendole un tocco in più sì da avvicinare il viking metal anche se, bisogna sottolinearlo, “Hall of the Dead” resta sempre e soltanto un LP di dannato symphonic black metal.
In tal senso, nondimeno, la parte orchestrale è utilizzata per alimentare i gas vitali che costituiscono la suddetta atmosfera che, invece che fungere da ridondante esplosione di suoni certamente piacevoli all’orecchio, si concentra per aggiungere al platter un gusto dal taglio prettamente cinematografico, quasi da musical. Tant’è che Olga è assai brava a sferragliare sulle linee vocali sia con un feroce, aggressivo e disperato screaming, sia con morbide se non auliche clean vocals (“Hall of the Dead“). Un’interpretazione di alto livello artistico che non fa altro che ribadire la professionalità dei Whitered Land.
Molto brava, anche, a mantenersi sui binari del black senza svoltare per il gothic metal, errore – a parere di chi scrive – commesso da molti act il cui microfono è strettamente in mano a una donna. Le chitarre del resto aiutano molto a mantenere ben difesi i confini, all’uopo dure, granitiche, dai riff al sapore di arcano, soprattutto per ciò che concerne la fase solista. Tuttavia, sono le tastiere che comandano le armonie, se non anche il songwriting (cfr.: le due song strumentali).
Composizione che si rivela anch’essa di buona qualità, citando per esempio “All Dead, All Rotten“, il cui celestiale incipit fa letteralmente volare l’immaginazione oltre le stelle. Il brano, sicuramente il migliore del lotto, è la cartina al tornasole di un talento che non aspetta altro che esplodere. Già, poiché alla fine dei conti “Hall of the Dead” è plasmato grazie alla presenza di cinque canzoni effettive, cioè cantate. Sebbene siano di durata superiore alla media, lasciano un po’ amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere ma che non è stato.
Non è azzardato affermare, quindi, che i Whitered Land possano dare di più, molto di più, per emergere con risolutezza dall’infinito oceano in cui nascono, vivono e muoiono migliaia di formazioni dedite al black metal.
Non resta che attendere.
Daniele “dani66” D’Adamo
