Recensione: Hørizøns

Di Redazione - 30 Giugno 2020 - 9:34
Hørizøns
60

Il nuovo capitolo della discografia dei tedeschi Beyond the Black sembra destinato a dividere gli animi. Per questo motivo, la redazione di Truemetal.it ha deciso di offrirvi un duplice punto di vista su “Hørizøns” con una doppia recensione. Come sempre, in questi casi, il voto complessivo sarà dato dalla media matematica delle due valutazioni. Buona lettura.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys), voto: 50

Tutti ricordiamo le sfavillanti immagini di Jennifer Haben di nero vestita al Wacken 2019, uno show impeccabile di fronte a una folla di metallari in visibilio. Giunti al quarto album in studio, i Beyond the Black tuttavia decidono di cambiare sound e aprirsi a sonorità più pop-oriented, sempre avendo la cantante ventenne come riferimento centrale (l’artwork si spiega di conseguenza). Scelta forzata o semplice risposta alle sirene del momento che vogliono ammansire il lato più ribelle del metallo? Vediamo se la metamorfosi è riuscita o ha fatto naufragare quanto di buono proposto dal combo tedesco fin qui in carriera.

La title-track non lascia dubbi, Jennifer ripropone la sua voce pulita e potente. A convincere meno sono le backing vocals maschili, ma anche l’incedere del brano, prevedibile e con un refrain poco convincente. Potrebbe essere una semplice falsa partenza, ma all’avvio di “Misery” è impossibile non accorgersi che qualcosa non torna. Più che un disco metal sembra di ascoltare gli ultimi Within Temptation, quelli dance di Resist per intenderci. Questa novità dividerà i fan: quello che ci sentiamo di dire è che anche nei dischi precedenti c’erano ampie concessioni easy-listening ma ormai la sproporzione delle componenti in gioco è più che evidente, il metal resta una cornice secondaria.
Con questa premessa si spiega la presenza dell’eterna ospite Elize Ryd (Amaranthe) in “Wounded Healer”, song catchy concepita per il grande pubblico ma che lascia poco nella sua ripetitività. La Ryd inoltre poteva essere meglio valorizzata, esagerare con gli acuti non sempre è la carta vincente.
In “Some Kind of Monster” sembra ci sia Sharon Den Adel al microfono e le strofe scorrono una uguale all’altra, non c’è alcun vero sviluppo armonico, conta solo la natura commerciale del pezzo, che, sì, è orecchiabile al punto giusto ma altrettanto usa e getta.
Stesso discorso per “Human”, arrangiata con qualche attenzione in più, ma di una pochezza sconcertante. Secondo pezzo con titolo che reca in sé un ossimoro, “Golden Pariahs” all’avvio sembra un outtake di Dua Lipa… “Marching On” vede una timida doppia cassa riportare il sound su lidi pseudo-metal, ma non c’è anima dietro al luccichio di una produzione di livello.
Dopo il filler “You’re not alone!”, “Out of the ashes” potrebbe essere la ballad per voce e pianoforte che stavamo aspettando, invece è chiamato di nuovo in causa tutto il comparto sonoro e con esiti dubbi.
Gli ultimi 4 brani non hanno niente di particolarmente memorabile. Segnaliamo la godibile “Coming Home”, “I Won’t Surrender”, brano unplugged con la presenza dell’ammaliante Tina Guo al violoncello (chi ha visto lo show del Wacken sa di cosa è capace on stage) e il buon assolo di chitarra nella conclusiva “Welcome to My Wasteland”.

Arrivare in fondo all’ascolto di Hørizøns non è impresa facile. Almeno la metà dei tredici brani che ne compongono la scaletta sono di dubbia qualità. I BtB hanno deciso di prendere una direzione che pagherà in termine di vendite ma lascerà non pochi fan delusi. Da questo punto di vista meglio rivalutare i Nightwish non ancora completamente pop e i connazionali Battle Beast, più retrò ma con qualche idea in più al loro arco.

 

Stefano Usardi, voto: 70

Hørizøns”, quarto album in cinque anni per i prolifici tedeschi Beyond the Black (anche se dalla copertina mi aspettavo quasi un solo album della cantante Jennifer Haben), arriva a due anni da “Heart of the Hurricane” e ne accelera notevolmente il percorso di diluizione musicale. Per chi non conoscesse i Beyond the Black – e credo che ormai siano rimasti in pochi, vista la velocità con cui i sei teutonici hanno ampliato la propria fanbase, soprattutto nell’Europa centrale – posso dire che, dopo esordi in odor di metal sinfonico molto melodico e simile, per certi versi, a quanto fatto da gruppi come Epica o Within Temptation, si sono spostati verso una miscela sempre più morbida, mainstream se vogliamo, arrivando con “Hørizøns” a una sorta di strana quadratura del cerchio con l’abbandono pressoché totale di una qualunque velleità metallica (oddio, qualcosa qua e là si sente, ma è davvero poca cosa) in favore di elementi elettronici e pesanti inflessioni pop. Il risultato è un lavoro eterogeneo, seppur totalmente innocuo, che si diverte a mescolare spunti e profumi diversi e li utilizza per creare un supporto strumentale maestoso, accattivante e alla moda per la voce di Jennifer, vero punto focale del combo, e consentirle di fare quello che vuole coadiuvata da cori ultra melodici e stilosi. Tutto molto bello, almeno sulla carta, eppure c’è qualcosa che non mi convince fino in fondo.
Le canzoni sono lineari (forse anche troppo) ma compatte, ottimamente confezionate e perfino discretamente coinvolgenti e, come già detto, non si fossilizzano su un unico mood ma spaziano dal rock sinfonico più convenzionale – sia che esso si declini su partiture magniloquenti e propositive (la title track, “Coming Home” o “You’re not Alone”) che più raccolte e ruffiane (ad esempio nell’agghiacciante ballatona “I Won’t Surrender”) – a brani dall’appeal moderno (“Golden Pariahs”, “Marching On” o la conclusiva e dinamica “Welcome to My Wasteland”), fino ad arrivare a canzoni più sfacciatamente orientate verso un pop energico come “Paralyzed”, “Some Kind of Monster” o “Misery”, una delle mie tracce preferite nonostante una prevedibilità piuttosto accentuata. Gli inserti elettronici risultano appetitosi e anche la componente pop non mi ha dato, in realtà, troppo fastidio, donando invece a “Hørizøns” quell’immediatezza leggera e sbarazzina che potrebbe permettere ai nostri di far breccia in una fetta di utenza tutta nuova.

“Ma quindi cos’è che non va?” chiederete voi. Grazie per la domanda.

In realtà, se lo si guarda nella sua ottica, non c’è nulla che in “Hørizøns” davvero non funzioni. Nonostante il mio avvicinamento sospettoso all’album (per usare un eufemismo) devo dire che è sicuramente meno peggio di quanto temessi in un primo momento: il percorso dei Beyond the Black sembra ormai delineato e merita rispetto, soprattutto quando il risultato è godibile (come in questo caso), e nonostante una resa fin troppo impalpabile per i miei gusti non perde di brio con l’accumularsi degli ascolti – anche se, ad essere onesti, alla fine della riproduzione non è che rimanga poi granché nella memoria –. Infine, sebbene proceda a corrente alternata per colpa di alcune tracce non proprio riuscite, sono comunque presenti dei pezzi a mio avviso decisamente interessanti, e nonostante un minutaggio non indifferente (tredici tracce per cinquantasei minuti scarsi) non ho avuto problemi ad arrivare in fondo.
Quello che mi ha fatto storcere il naso è che ho percepito “Hørizøns” come un lavoro tremendamente ruffiano, creato a tavolino con l’intenzione di piacere a tutti sfruttando al massimo l’appeal accattivante di melodie trendy, una produzione piena e cristallina e, in ultima analisi, una generale idea di “coolness” da Mtv, ma che allo tempo stesso cerca di mantenere un substrato vagamente graffiante sotto tastierone e cori pop per dire in giro “Vedete? In fondo siamo ancora metallari!”. Sarà sicuramente un problema mio, ma la cosa mi ha dato un po’ fastidio.
Detto questo, non me la sento di definire “Hørizøns” un brutto album, ma al tempo stesso non ritengo che raggiunga la sostanza del suo predecessore, rispetto al quale si piazza un gradino sotto.

 

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