Recensione: Immoto

Di Alessandro Marrone - 4 Febbraio 2020 - 0:00
Immoto
84

Per introdurre la recensione sul nuovo lavoro dei Nero Di Marte sarebbe stato sicuramente più semplice incominciare con il solito paio di righe che menzionano i tipici cenni biografici della band, il disco precedente e il sound promesso da questo lavoro firmato Season Of Mist. Ma dopo aver ascoltato attentamente Immoto, reputo che sia necessario invertire l’ordine delle cose, proprio come la band bolognese – attiva dal 2007 come Murder Therapy e dal 2012 con il nuovo monicker – è riuscita a fare con il proprio e terzo album. Rivolgetevi a Immoto con la dovuta preparazione, dedicategli la vostra attenzione, perché nonostante possa semplicisticamente finire sullo scaffale del progressive o del più indefinito (e ambizioso) experimental, trattasi invece di una vera e propria opera musicale. Forte di una produzione in grado di valorizzare la malinconia e il senso di vuoto e smarrimento che caratterizza le fondamenta di ognuno dei 7 brani, i Nero Di Marte scrivono qualcosa di più colossale di quanto ci saremmo potuti aspettare. E se di solito spetta alla conclusione di una review, l’ardua sentenza di critica nei confronti dell’album di turno, questa volta è il caso di mettervi in guardia circa l’alto contenuto emotivo del full-lenght in questione.

A spalancare le porte in questo onirico viaggio ci pensano gli oltre dieci minuti di Sisyphos, una delle sole due tracce cantate in lingua inglese. Il contrasto emotivo scorre nella sua pienezza sin dalle prime note, le quali attraverso un continuo mutare ci guidano lungo un sentiero che oltrepassa i confini del rock psichedelico e del progressive più contaminato che abbiate mai ascoltato, fondendolo con la prepotenza della voce di Sean Worrell, che mostra di trovarsi perfettamente a suo agio nella totalità espressiva della sua performance, capace di spaziare quindi tra parti più melanconiche e quasi sull’orlo del teatrale, sino a quelle più spiccatamente estreme, il tutto sorretto da una sezione strumentale compatta come un blocco marmoreo. L’Arca segue e introduce il lato più riflessivo dei NDM, con maggiore predisposizione per mettere in risalto il lato introspettivo di Immoto, quasi come se con l’opener avessero preparato l’ascoltatore dicendo “Ascolta cosa siamo capaci di fare”. Adesso è il momento di approfondire il viaggio che il combo bolognese ha perfezionato a lungo e dove la voce di Worrell si erge ancora sugli scudi, è con la successiva title-track che viene ulteriormente fuori il lato più tormentato di un disco tinto da sfumature così profonde da entrare dentro l’animo di chi sta dall’altra parte delle onde audio, ormai catturato da un’aura nera, dalle molte forme indistinte e nella quale vaghiamo a carponi, quasi soffocati dal carico emotivo confezionato dai nostri.

Con Semicerchi si ha tempo per rimettere in sesto le idee e le proprie impressioni, giusto una manciata di minuti nell’arco della prima e più riflessiva metà del brano, perché il crescendo introdotto in principio torna e sempre sorretto da una sezione ritmica quasi Pink-Floydiana e chitarre che adorano dipingere note eteree a tal punto da riempire l’aria tutta attorno, si cavalca verso un finale cupo e pronto a lasciare spazio a La Casa Del Diavolo. Sembra assurdo dirlo, soprattutto in un contesto come quello di Immoto, ma si tratta probabilmente della traccia più ambiziosa e al tempo stesso perfettamente in grado di ricoprirne tale ruolo. Feroce, triste, condannata e tuttavia concentrata nel suo incessante e diabolico disegno, ancora una volta messo in musica e parole.

Così mi sei apparso

nella casa dove ogni misura è capovolta

Le crepe danzano in cerchio

sul pavimento obliquo del tempo

Uno specchio lamenta

il tuo mancato riflesso

E così sparisco

laddove nei sensi sono unito

Neppure la tracklist è stata lasciata al caso, in un album che mantiene un filo comune senza necessariamente indossare le vesti di un concept nel più canonico senso del termine. Ecco perché a questo punto Irradia ricopre un ruolo fondamentale, smorzando le ritmiche in favore di un brano spesso intramezzato da stacchi e un forte utilizzo di suoni che in punta di piedi permettono di proseguire con circospezione, dando tempo al nostro cervello di processare l’enorme quantità di emozioni provate sino ad ora. Cala il sipario con la conclusiva La Fuga, il brano più breve dell’intero disco (nonché l’unico che scende al di sotto dei 5 minuti), il contraltare definitivo della stessa opener, i Nero Di Marte in modalità compressa, dove le dilatazioni di quanto ascoltato sinora vengono lasciate da parte in favore di una incisività elettrica che esalta la voglia di fare ciò che si conviene ai migliori finali: alzare il volume.

Il minutaggio delle canzoni è impegnativo, proprio come quello dell’intero disco. Immoto è pertanto un lavoro da approcciare con la dovuta consapevolezza, con la voglia di scoprire le sue mille sfaccettature ascolto dopo ascolto e cercando di visualizzare e dare forma a quelle figure scure che fluttuano sullo sfondo indefinito creato dalla musica. I Nero Di Marte dimostrano la loro eccezionale convinzione nelle parti più aggressive, come su quelle inclini alla per nulla nascosta predisposizione verso una psichedelìa atmosferica che strizza l’occhio ai padri del prog rock anni 60/70. Tutto con una voce camaleontica e che si incastra sopra un tappeto ritmico più elaborato di quanto potrebbe sembrare, perlomeno al primo o al secondo ascolto. Non giriamoci troppo intorno, Immoto è sicuramente il capolavoro dei Nero Di Marte, un fantastico disco che apre un 2020 capace di sorprenderci ancor prima di darci il tempo di mettere alla parete il nuovo calendario. Immoto risveglia in noi sensazioni da tempo abbandonate nel più remoto intorpidimento. Nonostante la durata, sarà quasi impossibile non sentire l’impellente necessità di ascoltarlo di nuovo, con la malsana voglia di perdersi nel buio della sua indefinibile forma e con quel segreto piacere portato dall’atmosfera malinconica e rancorosa di cui è impregnato.

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